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La Pretesa

Il Giornale on line del Liceo Scientifico "Ernesto Basile"

Saluti e bilanci

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Anno finito: un breve bilancio

Si chiude in questi giorni l’anno scolastico 2015/2016 ed un piccolo e brevissimo bilancio penso sia d’obbligo non solo per informare i lettori de “la pretesa” ma anche per potere ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuto e che sicuramente continueranno a farlo.
L’anno appena trascorso è stato ricco di avvenimenti importanti per il Liceo Ernesto Basile e non per ultimo, mentre questo articolo viene redatto, una nostra delegazione di studenti e docenti si trova a Roma perché finalista del concorso “Art. 9 della Costituzione”, ove si è classificata al secondo posto.
Ritengo che la forza e i risultati di quest’anno dipendano dalle sinergie utilizzate all’interno della nostra istituzione scolastica; un grazie sentito è opportuno rivolgerlo a tutti i docenti del nostro liceo ma soprattutto ai nostri ragazzi, sempre pronti al confronto e a cogliere le sfide proposte da noi insegnanti.
Un grazie al DS, prof. Angelo Di Vita, che ha avuto la capacità, nell’arco di pochi anni, di riportare il Liceo Ernesto Basile, agli antichi splendori attraverso opportuni stimoli ed instaurando un clima di collaborazione; un grazie alle collaboratrici del Dirigente scolastico, prof.ssa Rusciano e prof.ssa Napoli, sempre attente alle esigenze dei docenti e dei discenti, capaci di gestire l’istituto ed ottimizzare al meglio tutte le risorse. Un grazie alle figure di sistema, le funzioni strumentali capaci di concretizzare progetti e potenzialità: la prof.ssa Scaglione, la prof.ssa Giudice e il prof. Aiena, rappresentano riferimenti importanti all’interno della nostra Istituzione scolastica. Un grazie infine al personale ATA, al personale amministrativo e al DSGA dott.ssa Romeo.
Non basterebbe un intero articolo per ringraziare tutti, ma ritengo che alla fine, ognuno nel suo ruolo e nella sua dimensione, abbia compiuto, onestamente, il proprio dovere; per chi legge quest’articolo e non fa parte direttamente della scuola, sappia, per riuscire minimamente ad immaginare i risultati fin ora conseguiti, che la nostra scuola non solo è stata l’unica selezionata in Sicilia, per il premio del concorso sopra citato, ma risulta essere, sulla base di statistiche nazionali e dati forniti dal Ministero, uno tra i migliori licei scientifici della città; un’alunna del nostro Istituto ha vinto il premio “100 libri per una scuola” (indetto da Panorama); la nostra scuola ha inoltre contatti con il Conservatorio “Bellini” di Palermo; l’istituto ha un coro “di tutto rispetto” e la dimostrazione sta nel fatto che una studentessa dello stesso conservatorio, ha sviluppato addirittura una tesi, all’interno di un progetto dal titolo “i giovani e la musica antica”, sulla costituzione di un coro all’interno di un Istituto superiore, e ha realizzato questo lavoro proprio nel nostro Istituto; inoltre, il conservatorio ha fornito al Liceo un gruppo di tirocinanti, che grazie al progetto “la mia scuola diventa conservatorio”, hanno avviato i nostri ragazzi allo studio del violino e musica d’insieme.
Questi sono solo alcuni dei traguardi raggiunti dal nostro Liceo e si potrebbe anche continuare, facendo ad esempio riferimento al progetto “erasmus plus 2016” , al gruppo Feynman di fisica o ai progetti legalità con Libera o all’incontro fondamentale col dott. Di Matteo. Questo è il Liceo Ernesto Basile e a tutto ciò, va aggiunto alla fine, il piccolo contributo dato da “La Pretesa” e da chi costituisce la sua redazione. Un grazie a tutti, e soprattutto a quelli che tra studenti e docenti, quotidianamente e nell’ombra, lontano dai riflettori, hanno fatto e fanno crescere continuamente la nostra scuola.
Noi, a Dio piacendo, ci rivedremo con nuovi articoli e nuove sfide, ad inizio anno scolastico prossimo.
Ad maiora
Alessandro Chiolo

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Eccoci…

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di Alessandro Chiolo

La Pretesa

Eccoci, ci siamo: dopo una trepidante attesa, oggi è il giorno della messa on line de “La pretesa”, il giornale  del Liceo Scientifico Ernesto Basile che ha la “pretesa” di diventare e far diventare grandi, ma che parte umilmente utilizzando uno spazio web gratuito e con qualche restrizione.
Il nome non è chiaramente casuale e devo confessarvi che il dibattito per sceglierlo è stato abbastanza acceso e ricco di partecipazione. Alla fine “La pretesa” ha convinto tutti ed effettivamente, dietro questo nome c’è un significato che trascende la parola stessa. Dietro il nome ci stanno un gruppo di ragazzi che costituiscono la redazione di questo giornale e che nutrono “la pretesa” di farsi sentire; attenzione, “la pretesa” non è arroganza, quanto piuttosto “la pretesa” di volere essere ascoltati su temi di contenuto. In una società, dove a nostro avviso, la voce dei giovani viene messa in sottofondo per dare spazio ai più navigati, “la pretesa”, vuole essere la voce di chi troppo poco, spesso, viene ascoltato, facendo sì che si precluda ex ante un’opportunità di confronto.
Se vivi con i giovani, dovrai anche tu diventare giovane” diceva Giovanni Paolo II, ed è questo quello che il giornale vuole trasmettere: dare spazio ai giovani all’interno di un confronto che vuole essere proficuo per tutti: “la pretesa” dei giovani di essere ascoltati come adulti e quella degli adulti di essere ascoltati dai giovani. Ecco perché “la pretesa” nasce come giornalino d’istituto, ma nutre la speranza di crescere come giornale a 360* e campo di confronto. All’interno di esso troverete argomenti di vario genere, ognuno dei quali curato dai nostri giovani. I ragazzi hanno piena di libertà di pensiero; gli articoli non verranno censurati da parte mia a meno che non tendano ad offendere (sicuramente in modo involontario) qualcuno. Per questi motivi la pretesa è campo di confronto sin dalla sua nascita e spero ci perdonerete per qualche imperfezione, ma ci auguriamo di migliorarci strada facendo.
L’idea iniziale di un giornale d’istituto è stata di Antonio Campanile, oggi vice caporedattore, che ha voluto riproporre un’esperienza che anni fa il Liceo Ernesto Basile ha vissuto con il suo ex giornalino “Basilisco”, curato dal prof. Messineo; all’inizio ci siamo chiesti se fosse stato il caso di riproporre quel nome, ma dato le ambizioni che nutriamo questa volta, abbiamo voluto ricominciare da zero, assumere le esperienze pregresse, farne tesoro ma ripartire da un nuovo inizio. Il giornale non sarà esclusivamente di coloro i quali, oggi, compongono la redazione, ma anche di tutti quei ragazzi ed adulti che in esso vorranno trovare un canale per farsi sentire, proporre riflessioni ed argomenti per confrontarsi; del resto, il mandare on line il giornale nasce dall’esigenza di socializzarlo ad un pubblico più numeroso e trasversale possibile . Una porta che si apre sul futuro dei nostri giovani, ecco la Pretesa: un luogo virtuale di incontri sostanziali, un luogo dove crescere insieme, dando forma e sostanza ad idee che ci rappresentano.
Luogo di idee, “la Pretesa”, luogo di idee e di passioni, luogo all’interno di cui si coltiva ciò che sta “sotto la nostra pelle” e senza cui la “nostra pelle non avrebbe senso”.
Il riferimento appena fatto è ripreso da un editoriale di Ingrassia, sul giornale L’Ora, scritto nel 1947, in seguito alle minacce ricevute dall’omonimo giornale, da parte del bandito Giuliano, il quale minacciava di far “rimettere la pelle” ai giornalisti impegnati in quel quotidiano. Ingrassia rispondeva con un editoriale divenuto famoso, in cui così scriveva: ” La pelle è un tessuto che ha un valore se sotto ci sono tanti organi fra i quali il cervello e il cuore e quindi un’idea e una passione. Se per paura dovessimo rinunciare all’idea, a che ci servirebbe la pelle?”
L’augurio che faccio ai miei ragazzi è proprio questo: il dar valore alla “propria pelle” coltivando idee e passioni, alimentando sogni e guardando con fiducia a veri ideali, avendo la forza ed il coraggio di difenderli.
Ecco “la Pretesa” di oggi, per un giorno migliore domani: ad maiora ragazzi.

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Adozioni e ponti 

Nei giorni 15, 16 e 17 aprile il Liceo Ernesto Basile ha adottato, all’interno del progetto “La scuola adotta la città”, percorsi UNESCO, Ponte dell’Ammiraglio. 

Di seguito il link con l’intervista di Antonio Campanile al prof. Carmelo Montagna. 

Il montaggio e la realizzazione del video  sono di Giuseppe Catalano; 

Aiuto regia, Francesco Cardullo.
http://youtu.be/vSelfyDV7u0

Pa’lijaemmu…

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di Antonio Campanile

Palemmu [pa’lijaemmu]

Da bambino ricordo le calde strade di un’eterea capitale dalla sublime bellezza dei suoi palazzi, così riccamente decorati che mi parevano magici, abitati da principi al pari di quelli delle fiabe raccontate nei libri; la moltitudine dei suoi alberi così diversi e alti che richiamavano in me le storie sulla giungla proibita di qualche oscura regione dell’Africa o dell’Asia che si leggevano per far sognare i bambini, con tutte quelle foglie e quei rami infiniti posti tra terra e cielo; le fontane bellissime e stranissime: ne ricordo alcune con strane statue e ricordo che la gente le chiamava “geni” (mi domandavo come potessero essere dei geni se non rispondevano alle mie domande) e l’altre, una in particolare, aveva unicorni, elefanti, cavalli e leoni e cervi e dei che ci si perdeva a mirarli e rimirarli mentre erano scolpiti dal caldo sole d’agosto; e le piazze, le nozze delle vie principesche, tremendamente bellissime, l’una aveva un teatro ed una statua di un uomo col cappotto (avrà avuto parecchio caldo) un’altra aveva un grandissimo teatro con dei leoni enormi e delle colonne degne dei templi greci con una scritta sulla sommità che a me pareva priva di senso (ai tempi): “l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita” ; ed un’alta poi dove un grandissimo edificio con un enorme orologio indicava il tempo che trascorreva. E tra un luogo e l’altro le bellissime strade, ognuna degna di un imperatore, tutte così eleganti e regali; di queste una attraverso il passaggio degli alberi conduceva al mare, limpidissimo e cristallino al pari del mar dei caraibi ed ad un tiro di schioppo dalla città. Ciò che Palermo era per me da bambino era quello che per un provinciale abitante dell’antica Roma era vivere per la prima volta l’Urbe. Crescendo ed iniziando il liceo ricordo del mio professore d’arte che parlò di un certo tedesco che molto tempo fa passò per di qui durante un suo viaggio e che annotò le sue avventure trascorse in questa terra, strano fu per me sapere che mentre egli camminava per il Cassaro osservando meravigliato la Cattedrale una popolana gli rovesciò con noncuranza un cesto pieno di spazzatura di sopra; al suo ritorno in Germania egli annotò di quel paradiso che aveva visitato e di quei diavoli che lo popolavano (espressione che è diventata proverbiale quando si discute della mia città). Bastava però guardarsi attorno, anche ingenuamente, per notare come una moltitudine di abitanti (non tutti fortunatamente, ma una “minoranza chiassosa”) di questo paradiso ogni giorno “lavorasse” con ogni stilla delle proprie forze per disprezzare, ripugnare, ammaccare, distruggere il loro più grande tesoro (un po’ come nella torre di Babele di Brueghel il Vecchio). Mi sono sempre chiesto cosa prova dentro di sé quel palermitano che, apparentemente convinto dei suoi ideali, getta la carta in terra nel più antico parco pubblico d’Europa o di quello che passando per il più antico ponte di età romanica lo disprezza o di quell’altro che passeggiando per la fiera della città sui passi di De Nicola e De Gasperi la sporca solo perché non pensa sia di sua proprietà; gli esempi si sprecano d’appresso a questi. E poi come non pensare ancora all’altro peccato mortale dei palermitani: la deresponsabilizzazione, l’addossare agli altri le proprie colpe; la colpa è della plastica che non si biodegrada e non mia che la getto in terra, la colpa è della mancanza di parcheggi e non mia che lascio la macchina dove non dovrei o ancora la colpa è di quelli che non puliscono. Eppure, nonostante tutto, devo ammettere che da quando ero bambino questa città mi sembra cambiata, in maniera, sotto taluni aspetti, talmente poderosa che farei fatica oggi a riconoscerla con gli occhi di ieri se solo non vi abitassi; sembra a tratti, e al di là di quella chiassosa minoranza, essere tornata al suo antico splendore: sembra essere diventata più vivibile (pareva impossibile vincere la battaglia contro i diavoli), più civile, più a misura d’uomo, donna e bambino; difatti pure acronimi sconosciuti alle orecchie dei più sono diventati di uso comune, uno fra tutti l’UNESCO che ha elevato a bene dell’umanità quella Cattedrale (e non solo) dove quel tedesco secoli fa si trovò a passeggiare stupito della sua bellezza o dell’avvento di mezzi che permettono di andare di qua e di là senza l’uso dell’auto, come si faceva qualche tempo fa ma con un gusto che sa di modernità, grazie al tram che passa da quel ponte vecchio di mille anni che prima era sommerso di immondizia ed ora è sommerso da turisti e cittadini; o di quella piazza col teatro, il Massimo Vittorio Emanuele, il terzo più grande d’Europa che rivaleggia con quello del Garnier e che adesso è libero dalle auto, dall’inquinamento e pieno di verde, turisti e cittadini; e che dire infine di quel giardino e di quel mare. Ecco la bellezza della mia Palermo, arte, cultura, buon cibo e adesso anche e fortunatamente, un po’ più di civiltà.

Pizzolungo, 31 anni dopo: per non dimenticare

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di Alessandro Chiolo

Pizzolungo 31 anni dopo, per non dimenticare
Fisso la televisione spenta, per non pensare. C’è la tua giacca, mamma, appesa all’attaccapanni. Cerco di ricordarmi com’eri vestita, questa mattina, e cosa ci siamo dette quando sono uscita. Penso alle fette biscottate. Sono passate poche ore e mi sembra già di dimenticare la tua voce, sparito dalla memoria anche il suono delle voci di Giuseppe e Salvatore. Non voglio chiudere gli occhi, non mi posso addormentare, eppure lo vorrei più di ogni cosa. Dormire con voi tre. Non la voglio più la cameretta tutta per me, adesso. Dormire un’ultima notte accanto a te, mamma, come da piccola quando mi svegliavo di notte“.

Queste le parole di Margherita Asta, in un libro dal titolo “Sola con te in un futuro aprile”, in cui racconta la sua storia e quella tragedia vissuta a partire dal 2/4/1985, quando, alle 8.30 circa, un’auto imbottita di tritolo, pose fine alla vita di sua mamma Barbara e dei suoi fratellini, Giuseppe e Salvatore. Uno dei passi più strazianti, quello riportato, che sintetizza i sentimenti di una bimba che vede, quel giorno, l’inizio della fine della sua adolescenza. Una bimba, Margherita, che non sarà più bimba, ma che da quel momento diventerà donna, con responsabilità; una bimba dall’infanzia rubata che dovrà prendersi cura del suo papà, in una casa vuota, una casa in cui non riecheggeranno più le grida, le monellerie e le risate di Giuseppe e Salvatore, una casa in cui, mancherà per sempre quel sorriso rassicurante di una mamma che prepara la colazione e che sa leggere negli occhi della sua bambina qualsiasi dubbio, qualsiasi perplessità, qualsiasi domanda.
A Pizzolungo, la mattina del 2/4 Barbara, con Giuseppe e Salvatore sale sulla sua auto per accompagnare i gemellini a scuola, frequentano la primina e fare un po’ più tardi e’ ancora lecito; Margherita si fa accompagnare a scuola dalla mamma di una sua compagna, lei non può fare tardi, facendosi dare passaggio arriverà prima e poi in macchina con la sua compagnetta, Margherita potrà pianificare i progetti per la gita dell’indomani che farà con i compagni, una gita per cui ha chiesto alla sua mamma di preparare le fette biscottate, un gita che non farà mai e fette biscottate che Barbara non potrà mai preparare per la sua amata bimba.
I mafiosi hanno stabilito che quella mattina, sulla strada di Pizzolungo, il giudice Carlo Palermo deve saltare in aria; questo giudice scomodo, che ha preso il posto di un altro “folle”, il giudice Ciaccio Montalto, ucciso il 25/1/1983; uno che non “si fa i fatti suoi” questo Palermo, ma che “ficca il naso ovunque”. Hanno studiato l’attentato, una macchina imbottita di tritolo, a ridosso di un muro, in prossimità di una curva, in cui necessariamente anche la scorta rallentare; il muro cui è addossata l’auto della morte servirà ad indirizzare meglio la deflagrazione, sarà una strage, una strage come altre, una strage che mieterà vittime innocenti, una strage che dovrà essere devastante.
Il giudice Palermo esce dalla sua abitazione, le macchine si mettono in marcia, ed in prossimità di quella macchina assassina, decidono di compiere il sorpasso nei confronti di quell’auto che forse va troppo piano, del resto è una normalissima Volkswagen Scirocco, guidata da una mamma che sta accompagnando i suoi figli a scuola. Nel momento del sorpasso l’auto del giudice si allinea alla Scirocco e alla macchina della morte; un click, qualcuno ammacca un bottone, e’ l’inferno, salta in aria tutto, lamiere di ringhiere divelte, mura squarciate e la Scirocco, guidata da Barbara e che fa da spartiacque tra l’auto dei carnefici e la 132 del magistrato e’ letteralmente annientata. L’auto della donna viene sventrata, di essa non resta più nulla, solo pezzi sparsi sull’asfalto e a centinaia di metri. Di Barbara, Salvatore e Giuseppe più nulla, e’ stato un attimo, adesso tutto è silenzio, tutto si è consumato, tutto è morte. A terra brandelli di abito, un dito con una fede, il dito di una donna, “un libro per crescere” li sull’asfalto, una scarpetta e su un muro di una villa, a cento metri di distanza, una macchia rossa, una macchia rossa di sangue innocente.
Si consuma così, nell’arco di pochi attimi, la tragedia di Pizzolungo, una tragedia che non possiamo dimenticare, una tragedia che deve essere un monito, che deve rappresentare ed essere nostra sete di giustizia e verità. Conoscere e’ ricordare, ma ricordare ed avere coscienza di ciò che è stato deve essere per noi stimolo ed impegno per un agire quotidiano sano e retto; e’ questo il modo migliore per non dimenticare.
Oggi, su quella strada c’è una lapide che ricorda il sacrificio di Barbara Rizzo, Giuseppe e Salvatore Asta, una lapide che così recita:

<<Rassegnati alla morte non all’ingiustizia le vittime del 2-4-1985 attendono il riscatto dei siciliani dal servaggio della mafia. Barbara, Giuseppe e Salvatore Asta »

Proprio oggi, a 31 anni di distanza, viene inaugurato il parco della memoria e queste sono le parole di Margherita Asta, facciamone tesoro: “Sicuramente, oggi c’è una coscienza maggiore rispetto a quello che è la mafia. Sono passati 31 anni, e quest’anno finalmente, inauguriamo il “Parco della Memoria e della Coscienza Civile”. Oggi ricordare Barbara, Giuseppe e Salvatore, non deve servire per emozionarci, ma fare in modo che, in questo Paese, il sacrificio di mia madre, i miei fratelli ma anche di Carlo Palermo, e degli agenti di scorta che sono vivi ma sono vittime anche loro, non deve essere vano. Possiamo farlo soltanto se ciascuno di noi si impegna nell’agire quotidiano, si impegna concretamente e non a parole, perchè altrimenti non è necessario venire il 2 aprile sul luogo della strage”.

A Barbara, Giuseppe e Salvatore, il mio dolce saluto; a Margherita, il mio più tenero abbraccio.

“Non siate indifferenti” (Nino Di Matteo)

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di Francesca Lo Giudice

«Io vi chiedo soltanto una cosa, come la chiedo ai miei figli: non siate indifferenti. Che uomo è un uomo che è indifferente quando la mafia ha riguardato e riguarda tanti di noi; quando se usciamo per le strade delle città e ci facciamo una passeggiata verso il centro passiamo dal luogo dove sono stati uccisi tanti uomini coraggiosi che si ribellavano alla mentalità mafiosa?
Il peccato più grande che si possa fare da cittadino è quello dell’indifferenza: essere indifferenti vuol dire rinunciare ad essere cittadini.
Ragazzi, impadronitevi del vostro futuro. La scuola è una delle basi per essere liberi, per avere la possibilità di ragionare con le vostre teste. Perché noi a Palermo abbiamo qualcosa di particolare. Non dobbiamo vergognarci della realtà, Palermo è stata ed è la capitale della mafia e dobbiamo fare i conti ogni giorno con questi problemi, ma la realtà è anche un’altra: una realtà buona che ha visto persone come Falcone, Borsellino, Libero Grassi, Montana che da siciliani non hanno chiuso gli occhi e hanno combattuto per portare avanti un’idea e un sogno di una Sicilia libera. E non parlo solo delle vittime, ma anche e soprattutto della gente comune che, nel silenzio, giornalmente, senza riflettori porta avanti un’idea di onestà e di coraggio.
É proprio nelle vostre idee che risiede la possibilità di affermarvi, a partire dall’impegno scolastico a partire da quando fra uno, due, tre anni vi troverete davanti un bivio: da un lato è possibile che vi si prospetti una scorciatoia,qualche politicante da strapazzo, piccolo boss mafioso, «ci penso io al tuo posto di lavoro» oppure «al tuo accesso all’università » «tu stai con me e io ti porto avanti, non ti preoccupare »; dall’altro lato avrete un’altra scelta, un’altra strada che non è una scorciatoia, ma una strada dritta, più lunga e certe volte in salita, ma è una strada di libertà, con le vostre forze. Fate qualsiasi cosa con le vostre forze, non vendetevi, non scegliete la prima strada. Ne ho conosciuti tanti di giovani che si sono venduti scegliendo la prima strada e poi sono entrati in questa spirale che li ha travolti quasi inconsapevolmente.» (Nino Di Matteo ,30/11/2015)
Chi è Nino Di Matteo?
Prima di questa conferenza, tenutasi presso il Liceo Scientifico “Ernesto Basile” di Palermo , avrei risposto che Di Matteo è un magistrato italiano da anni impegnato nelle inchieste sulla trattativa tra Stato e mafia, sui rapporti tra istituzioni e criminalità organizzata e vittima di numerose minacce per mano mafiosa. Sebbene sia giusto, oggi non risponderei più in questo modo. Perché dimentichiamo che prima di essere un magistrato Nino Di Matteo è un Uomo. Sì, un Uomo costretto a vivere sotto scorta, costretto alla paura che è inevitabile, un Uomo costretto a vedersi negare lo stesso diritto alla libertà per cui combatte, ma pur sempre un Uomo. E per quanto oggi egli possa essere considerato una figura così lontana da noi gente comune, dovremmo capire che non è Nino Di Matteo ad essere una “mina vagante”, come oggi in molti lo definiscono, ma lo siamo tutti noi, nel senso negativo del termine, e lo saremo fino a quando accetteremo che la mafia si prenda gioco della vita di qualcuno, che sia un magistrato, un operaio o un giovane pieno di sogni e speranze.

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