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La Pretesa

Il Giornale on line del Liceo Scientifico "Ernesto Basile"

Eccoci…

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di Alessandro Chiolo

La Pretesa

Eccoci, ci siamo: dopo una trepidante attesa, oggi è il giorno della messa on line de “La pretesa”, il giornale  del Liceo Scientifico Ernesto Basile che ha la “pretesa” di diventare e far diventare grandi, ma che parte umilmente utilizzando uno spazio web gratuito e con qualche restrizione.
Il nome non è chiaramente casuale e devo confessarvi che il dibattito per sceglierlo è stato abbastanza acceso e ricco di partecipazione. Alla fine “La pretesa” ha convinto tutti ed effettivamente, dietro questo nome c’è un significato che trascende la parola stessa. Dietro il nome ci stanno un gruppo di ragazzi che costituiscono la redazione di questo giornale e che nutrono “la pretesa” di farsi sentire; attenzione, “la pretesa” non è arroganza, quanto piuttosto “la pretesa” di volere essere ascoltati su temi di contenuto. In una società, dove a nostro avviso, la voce dei giovani viene messa in sottofondo per dare spazio ai più navigati, “la pretesa”, vuole essere la voce di chi troppo poco, spesso, viene ascoltato, facendo sì che si precluda ex ante un’opportunità di confronto.
Se vivi con i giovani, dovrai anche tu diventare giovane” diceva Giovanni Paolo II, ed è questo quello che il giornale vuole trasmettere: dare spazio ai giovani all’interno di un confronto che vuole essere proficuo per tutti: “la pretesa” dei giovani di essere ascoltati come adulti e quella degli adulti di essere ascoltati dai giovani. Ecco perché “la pretesa” nasce come giornalino d’istituto, ma nutre la speranza di crescere come giornale a 360* e campo di confronto. All’interno di esso troverete argomenti di vario genere, ognuno dei quali curato dai nostri giovani. I ragazzi hanno piena di libertà di pensiero; gli articoli non verranno censurati da parte mia a meno che non tendano ad offendere (sicuramente in modo involontario) qualcuno. Per questi motivi la pretesa è campo di confronto sin dalla sua nascita e spero ci perdonerete per qualche imperfezione, ma ci auguriamo di migliorarci strada facendo.
L’idea iniziale di un giornale d’istituto è stata di Antonio Campanile, oggi vice caporedattore, che ha voluto riproporre un’esperienza che anni fa il Liceo Ernesto Basile ha vissuto con il suo ex giornalino “Basilisco”, curato dal prof. Messineo; all’inizio ci siamo chiesti se fosse stato il caso di riproporre quel nome, ma dato le ambizioni che nutriamo questa volta, abbiamo voluto ricominciare da zero, assumere le esperienze pregresse, farne tesoro ma ripartire da un nuovo inizio. Il giornale non sarà esclusivamente di coloro i quali, oggi, compongono la redazione, ma anche di tutti quei ragazzi ed adulti che in esso vorranno trovare un canale per farsi sentire, proporre riflessioni ed argomenti per confrontarsi; del resto, il mandare on line il giornale nasce dall’esigenza di socializzarlo ad un pubblico più numeroso e trasversale possibile . Una porta che si apre sul futuro dei nostri giovani, ecco la Pretesa: un luogo virtuale di incontri sostanziali, un luogo dove crescere insieme, dando forma e sostanza ad idee che ci rappresentano.
Luogo di idee, “la Pretesa”, luogo di idee e di passioni, luogo all’interno di cui si coltiva ciò che sta “sotto la nostra pelle” e senza cui la “nostra pelle non avrebbe senso”.
Il riferimento appena fatto è ripreso da un editoriale di Ingrassia, sul giornale L’Ora, scritto nel 1947, in seguito alle minacce ricevute dall’omonimo giornale, da parte del bandito Giuliano, il quale minacciava di far “rimettere la pelle” ai giornalisti impegnati in quel quotidiano. Ingrassia rispondeva con un editoriale divenuto famoso, in cui così scriveva: ” La pelle è un tessuto che ha un valore se sotto ci sono tanti organi fra i quali il cervello e il cuore e quindi un’idea e una passione. Se per paura dovessimo rinunciare all’idea, a che ci servirebbe la pelle?”
L’augurio che faccio ai miei ragazzi è proprio questo: il dar valore alla “propria pelle” coltivando idee e passioni, alimentando sogni e guardando con fiducia a veri ideali, avendo la forza ed il coraggio di difenderli.
Ecco “la Pretesa” di oggi, per un giorno migliore domani: ad maiora ragazzi.

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Strage di Capaci, Palermo non dimentica

Strage di Capaci

Palermo non dimentica

 

Oggi 23.05.2019, presso il Giardino Della Memoria (Capaci) si è tenuta la manifestazione per la commemorazione del 27° anniversario della strage di Capaci, in cui vennero uccisi dal potere politico-mafioso: il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e la sua scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro.

 

A partecipare sono state molte scuole di vario ordine e grado di tutta la regione – arrivate sul luogo con mezzi della Finanza, Polizia e Carabinieri-; presenti alla manifestazione inoltre, rappresentanti delle Forze dell’Ordine, la moglie di Natale Mondo, Luciano Traina, fratello di Claudio Traina morto durante l’attentato a Borsellino, Antonio Vullo superstite alla strage di Borsellino (19/07/1992) e alcuni organi della politica come il Presidente del Consiglio Conte e il vicepresidente del consiglio e ministro dell’interno del Governo,  Matteo Salvini.

 

La giornata si è svolta con vari progetti  laboratoriali, di canto, di ballo e con monologhi organizzati dalle scuole e da alcuni youtuber famosi.

 

Morena Drago

“Squadra Mobile Palermo: L’avamposto degli uomini perduti” di G. De Caro e G. Anatra

Risvegliati giovane Palermo

Ora più che mai sento il bisogno di scrivere, In questi giorni che ci avvicinano alla fine di un lungo anno scolastico che ha visto me e i miei compagni protagonisti di tante esperienze e  ha regalato  nuovi stimoli per la nostra crescita culturale e personale. Per me è importante raccontare ciò che ho imparato più di qualsiasi altra cosa durante quest’ anno scolastico, ovvero l’Amore per la mia città!

Prima di ora non avevo mai alzato gli occhi per osservare quello che mi stava attorno. Tutto questo è stato possibile grazie all’esperienza di ASL ( sì, possono esserci anche dei lati positivi!)

Palermo è una donna, una madre e una figlia, perché con la sua indiscussa eleganza, la sua dolcezza e il suo protagonismo ci dona giorno per giorno dei nuovi motivi di orgoglio.

E proprio come una donna è stata più volte violata nella sua bellezza, nella sua purezza da quella bestia infame che è la criminalità, la Mafia.

Ed ecco come la nostra Palermo cade negli abissi, per l’Italia, per l’Europa ma ancora peggio per noi Siciliani.

Stanchi e pieni di vergogna ce ne andiamo in giro con il viso basso per evitare quella fatale domanda “Di Dove sei?” che ci vede costretti ad una risposta che avrà come conseguenza sempre il solito commento “Siciliani-Mafia”.

Come se tutta la Sicilia, come se la nostra Palermo si limitasse a tutto ciò.

Per questo ogni Siciliano tende ad emigrare, convinto che fuori ci sia la vera vita, come se lì fuori avessimo un nome e un cognome nostro. Senza avere la paura di essere giudicati e mal visti perché identificati con quest’indole criminale.

Noi ragazzi andiamo via; nessuno vuole più investire o studiare nella nostra città. Qualsiasi altra università è migliore della nostra. Ormai per noi è da considerare anormale chi decide di restare, perché il contesto in cui siamo cresciuti ci ha inculcato che in un futuro luogo di lavoro non avremo mai un posto dignitoso quanto chi ha una laurea nelle altre università.

E per me è sbagliato, perché anche la nostra Terra si merita di partorire grandi menti  e giovani che saranno il futuro. La nostra Palermo sente il bisogno di essere guardata con occhi diversi. Quegli stessi occhi che sto imparando ad aprire nel momento in cui ho lasciato a casa i miei pregiudizi e la mia paura e mi sono abbandonata alla bellezza della mia città. Inizialmente non ho sentito nulla, solo un gran frastuono… gente che parla al cellulare, coppie che litigano, bambini che piangono una sorte di marasma che si espande minuto per minuto. Poi all’improvviso ho notato come mettendo a tacere la mia mente e soprattutto la mia paura ho iniziato a sentire con il cuore la musica di quella cultura che nasce nella mia città già 2700 anni fa (circa). Basta girarsi intorno per vedere come ogni dominazione abbia lasciato una parte di sé che continua a vivere ancora oggi attraverso di noi.

Ho iniziato a guardare meno l’orologio e meno il cellulare e a camminare girando il volto sia a destra che a sinistra ed ho scoperto le meraviglie. Ogni vicolo è ricco di chiese, oratori, ville ed edifici che variano dallo stile Arabo-Normanno al Liberty.

Quanti sono i posti da  visitare e quanti ancora da conoscere!

Ma la nostra Palermo è  così ricca di contraddizioni…

È ricca di povertà e povera di carità, è piena di bellezza e vuota di gente che l’apprezza, c’è tanta brava gente che viene uccisa da poca mala gente. Forse oggi , assaporando un po’ di più la mia amata Palermo, mi sono resa conto di quanto i magistrati, i poliziotti e tutti coloro che hanno donato la loro vita per rendere la nostra città una città migliore non sono stati dei pazzi perché hanno scoperto ,ancora prima di me, la bellezza e l’hanno voluta preservare. Noi, come loro eredi, abbiamo il dovere di continuare a combattere per la nostra Terra. Alcuni ragazzi già si sono prodigati nel creare associazioni ed eventi che rivalutano molti monumenti, chiese e soprattutto molte zone della città con la speranza di dare una nuova coscienza agli adulti ma soprattutto alle nuove generazioni. Una di queste è la cooperativa ” Terradamare”, che ha seguito la mia classe nel percorso di ASL, e che ci ha regalato l’opportunità di vivere una zona (forse troppe volte denigrata) che è quella del mercato di Ballaró. Così ricca  e varia di  colori, profumi e vere e proprie opere d’Arte come la chiesa di S.Chiara, la chiesa del Carmine Maggiore e la Torre di San Nicolò. Delle bellezze senza tempo, a volte dimenticate. Il nostro percorso di formazioni si concluderà con l’esperienza di ” Ballaró Espò”, una delle tante iniziative sostenuta da tutte le associazioni della zona di Ballaró che rivendicano la specialità di quei luoghi.  Il 4-5-6 Maggio avremo l’opportunità di sperimentare sul campo cosa significa vivere, amare e far conoscere la propria città. Così come ci hanno trasmesso i ragazzi di Terradamare e tutte le altre persone che ci hanno accompagnati in questo percorso di “innamoramento” ( potremmo dire ) alla bellezza della nostra città di Palermo.

Penso che la coscienza del Siciliano che ama la sua città si possa racchiudere nel pensiero del nostro amato Sciascia, che da buon Siciliano  ha riconosciuto il potenziale della nostra Terra dicendo “ Incredibile è L’Italia: e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia.”

Rallo Maria Lucrezia, Liceo Scientifico Ernesto Basile 3C

 

Il dovere di cambiare le cose

Le notizie volano alla velocità della luce. Ormai niente è più eterno ,tutto scorre in modo inesorabile e più veloce del tempo.

Per questo molte volte informare ed informarsi sembra così semplice…

Basta un tweet ,una foto, una piccola didascalia o una gif e subito ci sentiamo aggiornati e a passo con i tempi. Ma conosciamo davvero tutto?

Purtroppo (o forse per fortuna) conosciamo solo un decimo di ciò che vero,di ciò che è.

È stato un ragazzo,proprio come me,proprio come tutti noi, a farmi capire che non sempre conosciamo tutta quanta la verità.

Questo ragazzo si chiama Muhammad Najem , ha 15 anni e vive a Goutha un sobborgo di Damasco (in Siria) che da anni viene continuamente bombardato dal regime di Assad e dai suoi alleati.

Muhammad ha i capelli color oro,un viso dolce e sporco dalla polvere e dei begli occhi vivi che nascondono una grande voglia di scoprire.

In pochissimo tempo ha perso tutto,suo padre,la sua scuola, i suoi amici… anzi no Muhammad ha perso molto di più: la sua libertà,la sua spensieratezza…

Insomma tutto ciò che può esserci di più caro a quest’età!

Ma non si è dato per vinto,anzi si è fatto forza ed ha deciso di raccontare la sua sopravvivenza utilizzando un social: Twitter.

In soli 140 caratteri e alcune fotografie riesce a mostrare il dramma della sua gente.

A differenza di numerosi blogger,YouTubers, Influencer che mostrano la loro ricchezza e fanno a gara per avere più follower, Muhammad chiede al mondo attenzioni e grida:Aiuto.

Com’è bello vedere nei numerosi video l’unione di questi ragazzi e ragazze senza distinzione che fanno sentire la loro voce.

Un video come ‘’WHAT ARE THE WISHES OF CILDREN IN THE NEW YEAR?’’ ne è la prova.

In questo caso è importante puntualizzare come i social network possano essere usati per cause importanti che vanno oltre quei stupidi video o quei post amati dal mondo del web.

Però purtroppo questi stessi video,queste fonti reali vanno oscurati anzi considerati troppo cruenti per bambini e adulti perché mostrano il vero volto della sofferenza.

Perché aver paura della realtà? Perché è molto più semplice guardare un film violento e non la distruzione,l’orrore che sta dietro casa nostra?

Perché è quella realtà che ci fa male, comoda da ignorare perché ci mette davanti ai nostri fallimenti.

L’intero fallimento del mondo che si piega alla guerra.

Una guerra ingiusta dove le principali vittime sono: bambini.

Molto spesso si pensa che parlare dei bambini colpiti dalla guerra sia un topos quotato. Il tipico argomento che fa colpo.

Per questo molte volte interventi come quelli di Roberto Saviano durante la trasmissione ‘Che tempo che fa’ di domenica 25/03/18 ha suscitato i commenti negativi e stereotipati di chi giudica quello che viene raccontato come un modo per attirare l’attenzione. A volte si confonde la verità con il buonismo. E il buonismo con il successo.

Goutha c’è,esiste.

Esistono i bambini che muoiono,quelli che non vedono la luce del sole da giorni, le famiglie decimate, i gas velenosi e le bombe.

Si,immagina,esiste anche questo.

Purtroppo non abbiamo i mezzi per sconfiggere la guerra, ma è nostro dovere e diritto conoscere e far conoscere la verità.

Senza vergogna,senza paura ma con un grande cuore.

#savegoutha

Rallo Maria Lucrezia (3C)

A NATALE MONDO: GRAZIE PER AVERCI TRASMESSO IL TUO SOGNO

Non sempre è facile raccontare ciò che si prova, sopratutto se ciò che stai raccontando ti continua a distruggere lentamente da anni.

Perdere un padre,  non è semplicemente perdere un ”familiare”. Con la perdita di un padre si perde un punto di riferimento, una guida, un compagno, tutto ciò che si può sognare.

È stato questo che Loredana e Dorotea Mondo, figlie del grande Natale, mi hanno trasmesso lo scorso 22 Novembre durante un incontro a scuola. L’emozione era tanta, tutti noi studenti eravamo uniti da  un sentimento simile alla rabbia o forse più simile allo stupore.

Perché Natale è stato ucciso? Chi era Natale?

Natale è quello che oggi definiamo ”eroe” con l’unico super potere che differenzia gli UOMINI dai ”Quaquaraquà” ( come direbbe Sciascia!!) : Il CORAGGIO. Ha fatto della sua passione, il suo lavoro e del suo lavoro la sua missione. Era un poliziotto della Squadra Mobile di Palermo durante quella che è stata definita ”mattanza” o comunemente ”Seconda guerra di mafia”. Svolgeva il suo dovere in modo inarrestabile senza mai sottrarsi al suo dovere di poliziotto, marito e padre.

Troppo scomodo per ”Cosa Nostra”  che incombeva sul territorio Palermitano ed eliminava tutti coloro che potevano essere un ostacolo. Natale, così come tutti i suoi compagni, era il sasso nella scarpa di queste ”montagne di merda” ( chiamate così ”simpaticamente” dal nostro Peppino Impastato). Così  prima nel ’85 con l’attentato a Ninnì Cassarà dove muore anche Roberto Antiochia, Natale riesce a salvarsi per una volontà più grande di tutti noi.  Ma Palermo era proprio maledetta, se riuscivi a salvarti da un qualsiasi attentato era solo perché eri la ”talpa” per conto mafioso. Nessuno gioiva della momentanea salvezza di Natale, anzi lo uccisero comunque… con l’arma della parola. 

Solo tre anni dopo, degli ”esseri”,che di umano non hanno niente, lo uccisero brutalmente. Venne colpito alle spalle, con dei colpi di pistola secchi e diretti, privandolo del diritto della difesa, privandolo del diritto di conoscere il suo assassino per perdonarlo. In modo così meschino da indignare chiunque avesse un cuore.

Natale Mondo muore nel fiore dell’età, a 34 anni, sotto il portone di casa lasciando due bambine di cui era innamorato di 8 e 2 anni.

Ma Natale non era solo un poliziotto e si è visto bene durante la manifestazione in suo ricordo a distanza di 30 anni dalla sua scomparsa, che si è svolta il 14 Gennaio alla caserma Lungaro di Palermo.

Tantissimi compagni, amici di infanzia, colleghi hanno ricordato un uomo che andava oltre la divisa… un uomo capace di scherzare, di sorprendere, amante della vita e della verità. Che si è aggrappato fino alla fine ad un sogno, che gli ha dato la forza di continuare a vivere anche quando sembrava che la paura avesse il controllo: il SOGNO  di migliorare la nostra terra. 

Questo è Natale, un Uomo che tocca le corde della tua anima, mette in discussione quello che sei dandoti la forza di superare le convenzioni di una società che non è molto cambiata rispetto agli anni ’80.

Mi sento vicina a Natale e al suo sogno, e lo prendo come esempio di vita. Mi sento vicino a Dorotea e Loredana nel portare avanti la sua memoria anche nei piccoli gesti della vita quotidiana.

Perché lui continua a vivere nelle persone che ama, continua a vivere in tutti noi che decidiamo di fare la differenza. In chi preferisce la giustizia alle possibili corruzioni anche se potrebbero dare dei vantaggi. In chi ha il coraggio di credere nei propri sogni anche se costeranno dei sacrifici. Lui vivrà in ognuno di noi, che conoscendo la sua storia lo penserà ogni volta che ci mancherà il coraggio e grazie al suo ricordo lo ritroverà!

Lucrezia Rallo 3^C

Giù le mani dai bambini 


Scrivo queste parole a “freddo”. È passato quasi un mese da quando la storia di un bambino è entrata a far parte della mia vita, ma fino ad ora non riuscivo a trovare le parole adatte poiché cercavo in tutti i modi di rendere giustizia ad una storia che di giustizia non ne ha.

Oggi, ho capito che la cosa più “giusta” che io possa fare è semplicemente quella di farvi conoscere questa storia poiché è nostro dovere prendere consapevolezza di ciò che ci circonda, nonostante sia diverso da come vorremmo, ricordando che, come disse Paolo Borsellino “il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.”

Il 5 ottobre 2016, presso l’auditorium dell’Ernesto Basile, insieme ai miei compagni e alle altre quinte del plesso scolastico, ho avuto il piacere e l’onore di conoscere a pieno una realtà di cui sapevo l’esistenza, ma di cui non mi curavo e non perché io sia indifferente a ciò, ma poiché è più facile far finta di non sapere; facciamo fatica ad accettare i nostri dolori, figuriamoci se ci viene semplice farci carico dei dolori altrui.

Graziella Accetta e Ninni Domino sono i genitori di una vittima di mafia. Claudio, il figlio, fa parte di quei 108 bambini uccisi da quella montagna di merda, che non si è accontentata del sangue dei padri e a cui non sono bastate le lacrime delle madri, ma che ha voluto bagnare le strade di sangue nobile, innocente, di bambini che non sapevano nemmeno l’esistenza del loro assassino.

«La nostra famiglia era come quella del mulino bianco, felice» ci disse Graziella «ma da quel 7 ottobre 1986 non lo è più». Claudio se n’è andato ad 11 anni. Assassinato vicino la libreria della madre da un tale, che mi viene difficile definire uomo, che gli sparò tra gli occhi, in pieno volto, da sopra un motorino. Si dice che Claudio avesse visto confezionare alcune dosi di eroina in un magazzino, si dice anche che c’entri il fatto che il padre fosse il titolare dell’impresa incaricata di pulire le aule dell’aula bunker del carcere l’Ucciardone, ma si son dette tante, forse troppe cose, senza avere nessuna certezza.

L’unica cosa certa è che Claudio non c’è più e che nel caso in cui avesse potuto trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, avrebbe visto ben poco, perché Claudio, nei giorni precedenti all’omicidio aveva perso gli occhiali, che tanto gli servivano per ammirare quel mondo da cui è stato strappato.

Ancora oggi Claudio e la sua famiglia non hanno avuto giustizia, l’unica cosa che ha alleviato il dolore di chi lo amava è stato il fatto che poco tempo dopo, durante un’udienza del maxiprocesso l’imputato Giovanni Bontade si alzò da dietro le sbarre, chiese la parola al presidente e disse: «Presidente, noi vogliamo fugare ogni sospetto[…] Noi rifiutiamo l’ipotesi che un simile atto di barbarie ci possa solo sfiorare. Noi siamo uomini, abbiamo figli. Esterniamo il nostro dolore alla famiglia di Claudio». Con quella dichiarazione, con quel “noi”, aveva indirettamente ammesso l’esistenza dell’organizzazione mafiosa, facendo condannare così 468 mafiosi.

 

Qualcuno ha chiesto a Graziella se in qualche modo, oggi possa dire di essere felice. La sua risposta è stata un secco «No». Come darle torto. Mi viene in mente una frase di Totò: “La felicità, signora mia, è fatta di attimi di dimenticanza” Ma Graziella non può dimenticare. Nessuno di noi deve.

Il 7 ottobre 2016 è stato il 30esimo anniversario della morte di Claudio. Dopo l’incontro di due giorni prima, ero ancora molto scossa. Graziella ci aveva confidato, accennando a qualche episodio, quanto Claudio si facesse ancora sentire, di quanto fosse presente nella vita dei suoi familiari.

Il 7 ottobre, presso la scuola Ignazio Florio di Palermo, Claudio è stato più che presente durante la sua commemorazione. Graziella, Qualche tempo fa aveva scritto una poesia, parlava di Claudio come un vento che si faceva sentire.

Questo 7 ottobre, Claudio non ha portato solo il vento, ma una bufera. L’abbiamo sentito tutti, nell’aria c’era una parte di lui, che ci ha spiazzati.

 

Mi auguro che questo vento possa investire la vita di tutti, stravolgerla, indicandoci quella strada giusta, quella strada in cui non sono ammesse scorciatoie per fare meno fatica, perché, come dice Graziella, chi scende a patti, non può più tornare indietro.

Francesca Lo Giudice 26/10/2016

Saluti e bilanci

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Anno finito: un breve bilancio

Si chiude in questi giorni l’anno scolastico 2015/2016 ed un piccolo e brevissimo bilancio penso sia d’obbligo non solo per informare i lettori de “la pretesa” ma anche per potere ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuto e che sicuramente continueranno a farlo.
L’anno appena trascorso è stato ricco di avvenimenti importanti per il Liceo Ernesto Basile e non per ultimo, mentre questo articolo viene redatto, una nostra delegazione di studenti e docenti si trova a Roma perché finalista del concorso “Art. 9 della Costituzione”, ove si è classificata al secondo posto.
Ritengo che la forza e i risultati di quest’anno dipendano dalle sinergie utilizzate all’interno della nostra istituzione scolastica; un grazie sentito è opportuno rivolgerlo a tutti i docenti del nostro liceo ma soprattutto ai nostri ragazzi, sempre pronti al confronto e a cogliere le sfide proposte da noi insegnanti.
Un grazie al DS, prof. Angelo Di Vita, che ha avuto la capacità, nell’arco di pochi anni, di riportare il Liceo Ernesto Basile, agli antichi splendori attraverso opportuni stimoli ed instaurando un clima di collaborazione; un grazie alle collaboratrici del Dirigente scolastico, prof.ssa Rusciano e prof.ssa Napoli, sempre attente alle esigenze dei docenti e dei discenti, capaci di gestire l’istituto ed ottimizzare al meglio tutte le risorse. Un grazie alle figure di sistema, le funzioni strumentali capaci di concretizzare progetti e potenzialità: la prof.ssa Scaglione, la prof.ssa Giudice e il prof. Aiena, rappresentano riferimenti importanti all’interno della nostra Istituzione scolastica. Un grazie infine al personale ATA, al personale amministrativo e al DSGA dott.ssa Romeo.
Non basterebbe un intero articolo per ringraziare tutti, ma ritengo che alla fine, ognuno nel suo ruolo e nella sua dimensione, abbia compiuto, onestamente, il proprio dovere; per chi legge quest’articolo e non fa parte direttamente della scuola, sappia, per riuscire minimamente ad immaginare i risultati fin ora conseguiti, che la nostra scuola non solo è stata l’unica selezionata in Sicilia, per il premio del concorso sopra citato, ma risulta essere, sulla base di statistiche nazionali e dati forniti dal Ministero, uno tra i migliori licei scientifici della città; un’alunna del nostro Istituto ha vinto il premio “100 libri per una scuola” (indetto da Panorama); la nostra scuola ha inoltre contatti con il Conservatorio “Bellini” di Palermo; l’istituto ha un coro “di tutto rispetto” e la dimostrazione sta nel fatto che una studentessa dello stesso conservatorio, ha sviluppato addirittura una tesi, all’interno di un progetto dal titolo “i giovani e la musica antica”, sulla costituzione di un coro all’interno di un Istituto superiore, e ha realizzato questo lavoro proprio nel nostro Istituto; inoltre, il conservatorio ha fornito al Liceo un gruppo di tirocinanti, che grazie al progetto “la mia scuola diventa conservatorio”, hanno avviato i nostri ragazzi allo studio del violino e musica d’insieme.
Questi sono solo alcuni dei traguardi raggiunti dal nostro Liceo e si potrebbe anche continuare, facendo ad esempio riferimento al progetto “erasmus plus 2016” , al gruppo Feynman di fisica o ai progetti legalità con Libera o all’incontro fondamentale col dott. Di Matteo. Questo è il Liceo Ernesto Basile e a tutto ciò, va aggiunto alla fine, il piccolo contributo dato da “La Pretesa” e da chi costituisce la sua redazione. Un grazie a tutti, e soprattutto a quelli che tra studenti e docenti, quotidianamente e nell’ombra, lontano dai riflettori, hanno fatto e fanno crescere continuamente la nostra scuola.
Noi, a Dio piacendo, ci rivedremo con nuovi articoli e nuove sfide, ad inizio anno scolastico prossimo.
Ad maiora
Alessandro Chiolo

Adozioni e ponti 

Nei giorni 15, 16 e 17 aprile il Liceo Ernesto Basile ha adottato, all’interno del progetto “La scuola adotta la città”, percorsi UNESCO, Ponte dell’Ammiraglio. 

Di seguito il link con l’intervista di Antonio Campanile al prof. Carmelo Montagna. 

Il montaggio e la realizzazione del video  sono di Giuseppe Catalano; 

Aiuto regia, Francesco Cardullo.
http://youtu.be/vSelfyDV7u0

Pa’lijaemmu…

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di Antonio Campanile

Palemmu [pa’lijaemmu]

Da bambino ricordo le calde strade di un’eterea capitale dalla sublime bellezza dei suoi palazzi, così riccamente decorati che mi parevano magici, abitati da principi al pari di quelli delle fiabe raccontate nei libri; la moltitudine dei suoi alberi così diversi e alti che richiamavano in me le storie sulla giungla proibita di qualche oscura regione dell’Africa o dell’Asia che si leggevano per far sognare i bambini, con tutte quelle foglie e quei rami infiniti posti tra terra e cielo; le fontane bellissime e stranissime: ne ricordo alcune con strane statue e ricordo che la gente le chiamava “geni” (mi domandavo come potessero essere dei geni se non rispondevano alle mie domande) e l’altre, una in particolare, aveva unicorni, elefanti, cavalli e leoni e cervi e dei che ci si perdeva a mirarli e rimirarli mentre erano scolpiti dal caldo sole d’agosto; e le piazze, le nozze delle vie principesche, tremendamente bellissime, l’una aveva un teatro ed una statua di un uomo col cappotto (avrà avuto parecchio caldo) un’altra aveva un grandissimo teatro con dei leoni enormi e delle colonne degne dei templi greci con una scritta sulla sommità che a me pareva priva di senso (ai tempi): “l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita” ; ed un’alta poi dove un grandissimo edificio con un enorme orologio indicava il tempo che trascorreva. E tra un luogo e l’altro le bellissime strade, ognuna degna di un imperatore, tutte così eleganti e regali; di queste una attraverso il passaggio degli alberi conduceva al mare, limpidissimo e cristallino al pari del mar dei caraibi ed ad un tiro di schioppo dalla città. Ciò che Palermo era per me da bambino era quello che per un provinciale abitante dell’antica Roma era vivere per la prima volta l’Urbe. Crescendo ed iniziando il liceo ricordo del mio professore d’arte che parlò di un certo tedesco che molto tempo fa passò per di qui durante un suo viaggio e che annotò le sue avventure trascorse in questa terra, strano fu per me sapere che mentre egli camminava per il Cassaro osservando meravigliato la Cattedrale una popolana gli rovesciò con noncuranza un cesto pieno di spazzatura di sopra; al suo ritorno in Germania egli annotò di quel paradiso che aveva visitato e di quei diavoli che lo popolavano (espressione che è diventata proverbiale quando si discute della mia città). Bastava però guardarsi attorno, anche ingenuamente, per notare come una moltitudine di abitanti (non tutti fortunatamente, ma una “minoranza chiassosa”) di questo paradiso ogni giorno “lavorasse” con ogni stilla delle proprie forze per disprezzare, ripugnare, ammaccare, distruggere il loro più grande tesoro (un po’ come nella torre di Babele di Brueghel il Vecchio). Mi sono sempre chiesto cosa prova dentro di sé quel palermitano che, apparentemente convinto dei suoi ideali, getta la carta in terra nel più antico parco pubblico d’Europa o di quello che passando per il più antico ponte di età romanica lo disprezza o di quell’altro che passeggiando per la fiera della città sui passi di De Nicola e De Gasperi la sporca solo perché non pensa sia di sua proprietà; gli esempi si sprecano d’appresso a questi. E poi come non pensare ancora all’altro peccato mortale dei palermitani: la deresponsabilizzazione, l’addossare agli altri le proprie colpe; la colpa è della plastica che non si biodegrada e non mia che la getto in terra, la colpa è della mancanza di parcheggi e non mia che lascio la macchina dove non dovrei o ancora la colpa è di quelli che non puliscono. Eppure, nonostante tutto, devo ammettere che da quando ero bambino questa città mi sembra cambiata, in maniera, sotto taluni aspetti, talmente poderosa che farei fatica oggi a riconoscerla con gli occhi di ieri se solo non vi abitassi; sembra a tratti, e al di là di quella chiassosa minoranza, essere tornata al suo antico splendore: sembra essere diventata più vivibile (pareva impossibile vincere la battaglia contro i diavoli), più civile, più a misura d’uomo, donna e bambino; difatti pure acronimi sconosciuti alle orecchie dei più sono diventati di uso comune, uno fra tutti l’UNESCO che ha elevato a bene dell’umanità quella Cattedrale (e non solo) dove quel tedesco secoli fa si trovò a passeggiare stupito della sua bellezza o dell’avvento di mezzi che permettono di andare di qua e di là senza l’uso dell’auto, come si faceva qualche tempo fa ma con un gusto che sa di modernità, grazie al tram che passa da quel ponte vecchio di mille anni che prima era sommerso di immondizia ed ora è sommerso da turisti e cittadini; o di quella piazza col teatro, il Massimo Vittorio Emanuele, il terzo più grande d’Europa che rivaleggia con quello del Garnier e che adesso è libero dalle auto, dall’inquinamento e pieno di verde, turisti e cittadini; e che dire infine di quel giardino e di quel mare. Ecco la bellezza della mia Palermo, arte, cultura, buon cibo e adesso anche e fortunatamente, un po’ più di civiltà.

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