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La Pretesa

Il Giornale on line del Liceo Scientifico "Ernesto Basile"

Ricordare per non dimenticare

I ragazzi degli anni ’90 incontrano i ragazzi di oggi

Si è tenuto, giorno 21 Maggio, presso il Liceo Ernesto Basile, un incontro “speciale”, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci.

Gli  studenti del 1992 che oggi sono nostri insegnanti, hanno dialogato con noi giovani di oggi per descriverci quegli anni tremendi che culminarono con le stragi del ’92. All’incontro, hanno partecipato, oltre al nostro Preside, prof. Fabio Passiglia, anche le prof.sse Nicole Oliveri , Tiziana Scelsa, Deborah Staropoli , i proff. Luigi Mazza, Alessandro Chiolo e Giuseppe Scaglione.  Alla manifestazione, gemellato virtualmente,  ha partecipato anche l’I.C. Settembrini di Maddaloni (Caserta), rappresentato dalla Dirigente Scolastica Tiziana D’Errico.

Alla fine della manifestazione, dopo avere ascoltato un brano su Vito Schifani scritto e cantato da alcuni studenti del nostro Istituto, in uno dei balconi della palazzina B, è stato steso un lenzuolo bianco, in segno di protesta e resistenza nei confronti della mafia.

Ecco cosa abbiamo appreso da questo proficuo incontro.

Ormai oggi si parla liberamente di mafia: tv, radio, giornali, social media sono tutti canali in cui ognuno esprime la propria opinione sull’argomento senza la paura di dover dire qualcosa di scottante.  A dire il vero i dibattiti sono volutamente accesi per tenere ancora vivo il ricordo di chi si è sacrificato per la nostra terra. Ma è davvero sempre stato così?  Le voci che ricordano questi “martiri della giustizia” sono davvero sempre state così forti? La risposta è un grande, grandissimo, no! E’ emerso anche questo dalle testimonianze dei giovani degli anni ’90; La paura e il terrore regnavano sovrani in un mare di indifferenza, un’indifferenza generale che era appunto figlia della situazione della Sicilia e soprattutto della Palermo anni 90’. Tra le strade vigeva una certa tensione causata dai continui controlli delle forze dell’ordine. Le più normali attività quotidiane venivano marcate da un certo timore e una certa preoccupazione.  Nelle scuole la parola “mafia” era quasi un tabù (a parte qualche insegnante particolarmente illuminato), mentre la stampa faceva passare per semplici fatti di cronaca quelli che invece erano molto di più. La giustizia agiva come riteneva opportuno, ma per sconfiggere quel mostro chiamato mafia, non bastavano soltanto delle basilari ricerche, indagini, serviva anche altro: qualcosa che veramente scuotesse l’animo delle persone che intanto si lasciavano scorrere addosso il sangue di migliaia di innocenti; serviva aprire gli occhi! Dopo anni e anni di soprusi bisognava rendersi conto di ciò che stava accadendo e cercare in tutti i modi di lottare con le unghie e con i denti per far prevalere un po’ di giustizia. Qualcosa però successe. Qualcuno potrà affermare “come un fulmine a ciel sereno”, ma no, non è così. Esiste un detto, prevenire è meglio che curare. Le dita incrociate di Antonio Montinaro sulla Quarto Savona 15 sono la testimonianza di tutto.  La testimonianza dell’inevitabile a cui quella continua indifferenza generale aveva portato: alle ore 17:58 del 23 maggio 1992, 500 kg di tritolo facevano saltare in aria le tre Crome blindate in una delle quali si trovava Giovanni Falcone .  Alle 17:58 di quel giorno, mentre qualcuno si divertiva con amici, beveva un caffè o  leggeva un giornale in tutta tranquillità  c’erano persone, con anche una famiglia alle spalle, che morivano proprio per aver “osato” difendere la propria gente, la propria città, la propria terra. Elicotteri, sirene, urla: il caos e la confusione travolgevano e infiammavano Palermo e i nostri proff. che all’epoca avevano più o meno la nostra età oggi, ricordano perfettamente cosa stessero facendo in quel preciso istante in cui appresero la notizia.  C’è da riflettere, fermarsi un attimo e pensare. Forse proprio questo spinse finalmente ad aprire gli occhi a molta gente, che per tanto tempo era stata in letargo; fino ad oggi in cui le scuole fanno da palcoscenico a testimonianze di familiari vittime di mafia attraverso  attività legate alla legalità. “Gli uomini passano, ma le idee restano”, recitavano gli slogan più in voga al momento, come per sottolineare il fatto che nonostante Giovanni Falcone , Paolo Borsellino (che verrà assassinato in visita alla madre) e tutti coloro che avevano provato a sconfiggere la mafia fossero morti, avessero lasciato aleggiare le proprie anime ancora oggi attorno a noi.

REALIZZATO DAGLI ALUNNI DELLA 3°A

FRANCESCO DE LUCA

RICCARDO BRANCATO

GIULIA STADERELLI

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Conformismo Social

Il conformismo è il carcere della libertà e il nemico della crescita” diceva John Kennedy, ed aveva perfettamente ragione; le etichette ci rendono schiavi dell’immagine che ci costruiamo di noi stessi e di una società di cui non ci sentiamo veramente parte.

Ma cosa è il conformismo?

Con il termine conformismo si fa riferimento a un atteggiamento o una tendenza ad adeguarsi o omologarsi alla maggioranza cedendo alle pressioni sociali che rendono l’individuo simile al gruppo anche a costo di negare l’evidenza pur di essere conformi e quindi accettati, ipotesi confermata dall’esperimento di Solomon Asch in cui un soggetto, ignaro di trovarsi in un gruppo composto da 7 complici, pur di essere accettato dal gruppo iniziava a rispondere in maniera palesemente scorretta per omologarsi.

Tale atteggiamento si può notare in vari ambiti e situazioni, come ad esempio  nel modo di vestire (vanno di moda le vans? mettono tutti le vans.), di parlare (va di moda chiamare tutti “zio”? Tutti chiamano tutti così), nella musica (va di moda la trap? tutti ascoltano questo), nei rapporti sociali (per essere accettato dalla società devi avere per forza un buon numero di follower) e tante altre.

Ma da cosa deriva questo atteggiamento?

Degli studi condotti da molti sociologi e psicologi hanno affermato che l’origine del conformismo risiede nella stessa natura umana e che derivi dalla paura dell’individuo di essere escluso dalla collettività, ed è proprio per questo che esso si nasconde tramite un “comportamente mimetico” nell’ambiente sociale nel quale vive, assumendo nel farlo comportamenti più comuni e tipici della collettività per ricevere il senso di protezione che ne deriva ed anche per paura di sbagliare o di essere considerati strani/diversi.

Oggi come oggi il conformismo è particolarmente evidente a livello di contenuti ed atteggiamenti nei social network, che sono molto più conformisti di quello che pensiamo. 

Essi sono delle piazze virtuali di comunicazione in cui chiunque può avere libero accesso e la possibilità di modificare o celare la propria identità, sono inoltre un mezzo per fare nuove conoscenze ed esporre la propria opinione, rispecchiando ed amplificando molte dinamiche sociali.

Secondo il sociologo Gerd Gigerenzer esiste una “legge” del conformismo sociale, alla quale pochi sanno sottrarsi, che è: “non rompere le righe”.

Sappiamo molto bene quanto il web possa rivelarsi ostile nei confronti dei pensieri controcorrente (si pensi al cyberbullismo) ed è proprio questa ostilità che spinge l’individuo, quando percepisce che una certa opinione è condivisa dalla maggioranza del gruppo al quale appartiene, a conformarsi ad essa, non solo rinunciando alla propria libertà d’espressione ma scegliendo il silenzio e l’omologazione.

Quindi, come possiamo distaccarci dal conformismo? O meglio, come possiamo essere quello che siamo senza la paura di ricevere l’etichetta di “conformista”?

La parola chiave è: “spontaneità”, in poche parole, essere noi stessi senza farci influenzare dalle opinioni altrui e dalle credenze comuni, proprio come quando eravamo dei bambini che mostrano chi sono con purezza e semplicità.

Tutti quanti abbiamo davanti a noi tre strade che portano il nome di: conformismo, anticonformismo (atteggiamento di avversione verso ciò che è comune e che ultimamente sta diventando anche essso un forma di conformismo) ed originalità; scegliere quale seguire spetta a noi e dobbiamo farlo ricordandoci un concetto di vitale importanza: siamo noi i padroni della nostra mente non gli altri.

Dobbiamo smetterla di credere che essere diversi ci rende sbagliati, non è così, essere diversi ci rende unici.


PCTO Giornalismo

Classe III A

Alida Barsalona, Sofia Russo,

Danilo Cammuca, Gabriele Ardizzone,

Anastasia Ragusa, Francesco De Luca,

Stefano India, Riccardo Brancato

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Eccoci…

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di Alessandro Chiolo

La Pretesa

Eccoci, ci siamo: dopo una trepidante attesa, oggi è il giorno della messa on line de “La pretesa”, il giornale  del Liceo Scientifico Ernesto Basile che ha la “pretesa” di diventare e far diventare grandi, ma che parte umilmente utilizzando uno spazio web gratuito e con qualche restrizione.
Il nome non è chiaramente casuale e devo confessarvi che il dibattito per sceglierlo è stato abbastanza acceso e ricco di partecipazione. Alla fine “La pretesa” ha convinto tutti ed effettivamente, dietro questo nome c’è un significato che trascende la parola stessa. Dietro il nome ci stanno un gruppo di ragazzi che costituiscono la redazione di questo giornale e che nutrono “la pretesa” di farsi sentire; attenzione, “la pretesa” non è arroganza, quanto piuttosto “la pretesa” di volere essere ascoltati su temi di contenuto. In una società, dove a nostro avviso, la voce dei giovani viene messa in sottofondo per dare spazio ai più navigati, “la pretesa”, vuole essere la voce di chi troppo poco, spesso, viene ascoltato, facendo sì che si precluda ex ante un’opportunità di confronto.
Se vivi con i giovani, dovrai anche tu diventare giovane” diceva Giovanni Paolo II, ed è questo quello che il giornale vuole trasmettere: dare spazio ai giovani all’interno di un confronto che vuole essere proficuo per tutti: “la pretesa” dei giovani di essere ascoltati come adulti e quella degli adulti di essere ascoltati dai giovani. Ecco perché “la pretesa” nasce come giornalino d’istituto, ma nutre la speranza di crescere come giornale a 360* e campo di confronto. All’interno di esso troverete argomenti di vario genere, ognuno dei quali curato dai nostri giovani. I ragazzi hanno piena di libertà di pensiero; gli articoli non verranno censurati da parte mia a meno che non tendano ad offendere (sicuramente in modo involontario) qualcuno. Per questi motivi la pretesa è campo di confronto sin dalla sua nascita e spero ci perdonerete per qualche imperfezione, ma ci auguriamo di migliorarci strada facendo.
L’idea iniziale di un giornale d’istituto è stata di Antonio Campanile, oggi vice caporedattore, che ha voluto riproporre un’esperienza che anni fa il Liceo Ernesto Basile ha vissuto con il suo ex giornalino “Basilisco”, curato dal prof. Messineo; all’inizio ci siamo chiesti se fosse stato il caso di riproporre quel nome, ma dato le ambizioni che nutriamo questa volta, abbiamo voluto ricominciare da zero, assumere le esperienze pregresse, farne tesoro ma ripartire da un nuovo inizio. Il giornale non sarà esclusivamente di coloro i quali, oggi, compongono la redazione, ma anche di tutti quei ragazzi ed adulti che in esso vorranno trovare un canale per farsi sentire, proporre riflessioni ed argomenti per confrontarsi; del resto, il mandare on line il giornale nasce dall’esigenza di socializzarlo ad un pubblico più numeroso e trasversale possibile . Una porta che si apre sul futuro dei nostri giovani, ecco la Pretesa: un luogo virtuale di incontri sostanziali, un luogo dove crescere insieme, dando forma e sostanza ad idee che ci rappresentano.
Luogo di idee, “la Pretesa”, luogo di idee e di passioni, luogo all’interno di cui si coltiva ciò che sta “sotto la nostra pelle” e senza cui la “nostra pelle non avrebbe senso”.
Il riferimento appena fatto è ripreso da un editoriale di Ingrassia, sul giornale L’Ora, scritto nel 1947, in seguito alle minacce ricevute dall’omonimo giornale, da parte del bandito Giuliano, il quale minacciava di far “rimettere la pelle” ai giornalisti impegnati in quel quotidiano. Ingrassia rispondeva con un editoriale divenuto famoso, in cui così scriveva: ” La pelle è un tessuto che ha un valore se sotto ci sono tanti organi fra i quali il cervello e il cuore e quindi un’idea e una passione. Se per paura dovessimo rinunciare all’idea, a che ci servirebbe la pelle?”
L’augurio che faccio ai miei ragazzi è proprio questo: il dar valore alla “propria pelle” coltivando idee e passioni, alimentando sogni e guardando con fiducia a veri ideali, avendo la forza ed il coraggio di difenderli.
Ecco “la Pretesa” di oggi, per un giorno migliore domani: ad maiora ragazzi.

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In preparazione del 23 Maggio

In attesa del 23 Maggio… noi non ci fermiamo.

In occasione della commemorazione per la strage di Capaci, che si terrà il 23 Maggio, presso il Giardino della Memoria “Quarto Savona 15”, sotto le steli dell’autostrada, i ragazzi del Basile, Giuseppe, Alessandro, Giovanni, Federica e Giulia, si stanno preparando per eseguire un brano su Vito Schifani, scritto, musicato, interpretato e cantato interamente da loro.

Un brano che toccherà le corde dell’anima di ascolterà.

Dopo l’esibizione pubblicheremo il testo della canzone

#StayTuned

La mafia senza onore: vittime innocenti

Martedì 24 novembre “Radio Voce della Speranza“ ha presentato Il progetto “percorsi di educazione civica” dedicato alle scuole, con ospiti: Graziella Accetta, madre di Claudio Domino; Massimo Sole, fratello di Giammatteo Sole; Alessandro Chiolo, scrittore e professore palermitano, e Mario Bruno Belsito, ideatore del progetto, professore e coordinatore della rete antimafia bresciana. Testimonianze di dolore, perdita e lutto raccontateci da una madre che si è vista portare via il proprio bambino da un colpo di pistola senza neanche saperne il motivo, e quella di un uomo a cui è stato sottratto il  fratello solo perché “conoscente” del figlio di un ex Boss. Tragedie che hanno lasciato un segno e un dolore così profondo negli animi dei familiari e di chi li conosceva da non riuscire a superare la perdita. Testimonianze che ti lasciano con un peso sul cuore e le lacrime agli occhi, ma che queste persone hanno avuto la forza e il coraggio di raccontare, portando avanti anche la memoria di altre 107 piccole e giovani vittime uccise dalla mafia.

Claudio Domino

7 ottobre 1986. Immagina di essere una madre, una donna che dopo una mattinata di lavoro sta chiudendo il suo negozio insieme al marito. Ti guardi intorno, una grande moto ti sfreccia davanti, stai aspettando che tuo figlio ritorni da scuola insieme a un compagnetto  per guardare un cartone animato, poi un  botto: cosa penseresti? Ti aspetteresti mai che da lì a pochi minuti quell’amichetto sarebbe corso da te dicendoti che avevano appena sparato al tuo dolcissimo bambino di undici anni? No, non lo faresti. Eppure è proprio quello che è successo a Graziella Accetta, madre di Claudio Domino, un bambino a cui un uomo con il casco indosso su una Kawasaki ha sparato. Senza alcun motivo, senza esitazione. Una famiglia distrutta da un dolore insopportabile e un lutto insuperabile, che ha dovuto “raccogliere il coraggio con le mani” per andare avanti e cercare di avere giustizia per il figlio, la cosa che di  più cara avevano al mondo, una giustizia che a distanza di trentaquattro anni non è ancora arrivata, anche per colpa di uno Stato che ha voltato lo sguardo dall’altra parte. La famiglia Domino è stata in silenzio per tanto tempo nel tentativo di superare il dolore ma, dopo trent’anni dalla morte di  Claudio, l’intervista di “porta a porta” al figlio di Totò Riina ha riacceso in Graziella la voglia di giustizia che l’ha portata a dire:  “ora basta” e a scendere in piazza con in mano un cartello che recitava: “Rai vergognati. Bruno Vespa vergognati. Io Claudio Domino è 29 anni che non abbraccio mia madre e mio padre, mio fratello e mia sorella. Non ho visto nascere i miei nipoti e avevo solo 11 anni quando mi avete ucciso.” Continuando con: “Noi genitori di Claudio Domino sono 29 anni che non abbracciamo e baciamo nostro figlio, aveva solo 11 anni quando ce lo avete ucciso, noi non siamo assassini.”

Giammatteo Sole

Si chiavava Giammatteo Sole e il 22 marzo è stato rapito, torturato e ucciso dopo essere stato pedinato per giorni da Cosa Nostra solo perché sua sorella era la fidanzatina di un ragazzo che aveva la colpa di essere figlio di un ex boss, di cui per altro lui stesso, da figlio, non sapeva nulla.

Come ogni sera Giammatteo stava tornando da lavoro, ma quella volta venne fermato da una “pattuglia” di uomini che indossavano divise non loro. Venne prelevato con la forza e portato in una cosiddetta “camera della morte” a San Lorenzo.

Venne interrogato e torturato da sette persone, tra cui  Leoluca Bagarella, cognato di Riina e mandante del rapimento e da Gaspare Spatuzza, rapitore e in seguito collaboratore di giustizia.

Perché lo hanno rapito? Perché hanno voluto mettere fine alla vita di un ragazzo “pane e acqua” così come lo ha definito il suo assassino?

Il ragazzo era innocente, non era mai stato a Corleone, non sapeva chi fosse realmente Marcello Grado, il fidanzato di sua sorella, anche lui morto nello stesso mese e nello stesso anno, ma a causa del cognome che portava, poiché non un semplice amico della comitiva ma figlio di Gaetano Grado e cugino di Totuccio Contorno. Quella che c’era tra i due era una semplice amicizia, amicizia che Giammatteo pagò con la vita. Credeva fosse uno scherzo, rideva alle domande “dell’ispettore”, nonché Bagarella, non poteva dire ciò che non sapeva ma ormai aveva visto le loro facce e  conosceva i loro nomi. Così lo hanno prima torturato, poi soffocato, e in fin di vita gettato per terra uccidendolo letteralmente ballandogli di sopra perché così, come diceva Bagarella “almeno sarebbe morto ballando”. In seguito il suo corpo è stato caricato in una macchina a cui hanno  dato fuoco: il riconoscimento è stato possibile solo grazie al bottone di un jeans e alla fibbia di un orologio, nient’altro rimaneva di lui.

Dopo la morte di Giammatteo la sua famiglia è entrata in un programma di protezione e la loro vita è stata sconvolta, non solo dalla perdita di un figlio di 23 anni ma anche dalla paura di essere i prossimi. Il dolore del lutto rasentava la follia, portando una madre distrutta dal dolore a comportarsi come se suo figlio non fosse mai morto. Ma Giammatteo se ne era andato, la mafia lo aveva ucciso ma con la testimonianza del collaboratore Gaspare Spatuzza, almeno lui fra le molte vittime innocenti, ha ottenuto giustizia.

Il Progetto

Il progetto “Gli Invisibili” ideato dalla fotografa Lavinia Caminiti e portato avanti da Graziella e Massimo, oltre che per formare e sensibilizzare i giovani su quello che è successo nella storia di noi italiani, per far capire la crudeltà dei mafiosi che non risparmiano nessuno, ha anche l’intento di sfatare dei miti come quello secondo cui la mafia ha un “codice d’onore”, “se non hai a che fare con Cosa Nostra, Cosa Nostra non ti viene a disturbare” e che “esistono vittime di serie A, B e C”.

La mafia uccide chiunque e ovunque, non solo in Sicilia; Non esistono morti di varie categorie, come non esistono luoghi o momenti sbagliati, esistono solo vittime e carnefici.

Spesso i familiari delle più di millecento vittime  si vergognano di dire la verità sulla morte dei loro cari, per paura di subire l’umiliazione del sospetto e sentirsi dire: “e vabbè, chissà cosa c’era dietro”. 

Il progetto, che si occupa di  ricordare tutte le vittime di cui non si ha memoria, è portato avanti sia nelle questure che nelle scuole, ma principalmente in quest’ultime, perché come dice Graziella: “La scuola è un’arma che non spara ma che fa paura alla mafia”  e che: “nessuna vittima merita di essere dimenticata”.

Poiché i docenti sono le colonne portanti del progetto e poiché è a scuola che si creano gli “anticorpi” contro la mafia, abbiamo come ospiti della trasmissione Mario Bruno Belsito e Alessandro Chiolo, professori e avamposti della legalità. In particolare Le storie delle vittime invisibili e anche di quelle in divisa vengono raccontate nei libri: “Squadra mobile Palermo, l’avamposto degli uomini perduti” e “Dietro ogni lapide. Morti per mafia, vivi per amore” di Alessandro Chiolo. Il primo parla della squadra mobile di Palermo che è stata sterminata da Cosa Nostra nella seconda guerra di mafia in cui si parla anche di Claudio Domino; il secondo invece parla della storia di 10 uomini ma di 12 vittime, persone della società e non in divisa che si sono ritrovati dinanzi l’atrocità e la bestialità di Cosa Nostra.

L’uomo tende a dimenticare ma è nostro dovere civile non farlo, tutti possiamo combattere la mafia iniziando col ricordare chi da questa è stato uccisa e le brutalità che ha commesso. 

                                                                                           Alida Barsalona e Sofia Russo

III A Liceo Scientifico

Quando gli occhi dell’anima altrui ti fanno essere persona

IMG_2041In queste difficili settimane passo le mie giornate tra lezioni on line con i miei studenti, letture, fotografia (per quel che è possibile) e scrittura. Inutile dire che probabilmente con lo stare a casa, anche il tempo passato sui social è aumentato esponenzialmente proprio perché i social mi permettono di tenere una sorta di cordone ombelicale con il mondo esterno. Leggo le notizie anche se preferisco affidarmi a giornali e telegiornali, ma soprattutto frequento forum, leggo commenti, pareri e guardo immagini. Si, mi capita in questi giorni di vedere tantissime fotografie postate da migliaia di utenti su quei forum che si sono creati solo qualche settimana fa e che vantano già migliaia e migliaia di iscritti. Sono i forum relativi alla pandemia, sono i forum in cui spesso c’è gente che scrive di volere un abbraccio virtuale perché sola a casa o in cui appaiono le foto di quei medici e di quegli infermieri che combattono in prima linea. È guardando proprio queste ultime foto che mi sono soffermato a guardare gli occhi dei soggetti ritratti. Le mascherine impediscono di cogliere i tratti dei volti, un sorriso o altro, ma quegli occhi no, quegli occhi sono davvero lo specchio dell’anima, sono occhi di chi sta sorridendo per dare coraggio a chi si soffermerà a guardare dall’altro lato del pc quello sguardo, sono occhi stanchi e disperati di chi sta utilizzando tutte le sue forze per assistere chi è ammalato, occhi di speranza, occhi di sconforto e stanchezza. Sono gli occhi di chi non mente, gli occhi che parlano, gli occhi che purtroppo, la nostra società aveva smesso di guardare. Io non so quando tutto questo finirà ma credo che la società che ne verrà fuori sarà una società migliore, una società all’interno di cui ognuno di noi avrà avuto il tempo di riappropriarsi del proprio tempo ed in cui, mi auguro, ognuno di noi avrà riacquisito la capacità di guardare negli occhi la gente, leggendo in quegli occhi l’anima di chi ha dinnanzi. Mi auguro che quando tutto questo sarà finito, ognuno di noi avrà acquisito la capacità di apprezzare gli altri, il loro fare, il loro lavoro; ma mi auguro soprattutto che ognuno avrà acquisito la capacità di considerare il proprio essere, il proprio fare e il proprio lavoro non come fine a se stesso ma come qualcosa di utile, di importante per l’altro. Gli occhi non ingannano ma ognuno di quegli sguardi sembra dire “io sono qui per te, non temere”. Penso sia questo uno dei più importanti insegnamenti che dovremo imparare da tutto questo. Le foto postate sui social sono le foto delle persone più svariate, che si occupano delle cosa più svariate ma che offrono se stesse agli altri: sono gli occhi di medici e infermieri ma sono anche gli occhi delle cassiere dei supermercati che continuano a lavorare, sono gli occhi dei camionisti che assicurano gli approvvigionamenti, sono  gli occhi di quei docenti che impegnando i ragazzi tengono in piedi un’istituzione scolastica che avrebbe rischiato, col suo crollo di fare  precipitare la società e la ragione nell’oblio, sono gli occhi delle persone che igienizzano e fanno le pulizie per permettere agli altri di lavorare aumentandone il livello di sicurezza, sono gli occhi degli uomini delle forze dell’ordine che continuano a stare in strada per assicurarci che tutto vada bene, sono gli occhi di quei sacerdoti che confortano gli ammalati e tramite social portano nelle case Dio, la Sua Parola o il conforto del Santo Rosario, sono gli occhi di chi anonimamente e senza clamore ogni giorno si sveglia e va, nonostante tutto, a compiere il proprio dovere. Ognuno in questo Paese che si chiama Mondo, sembra stia cominciando a tornare all’essenza del proprio essere, sembra stia tornando a considerare se stesso non egoisticamente ma come un essere per l’altro, per il prossimo; credo che ognuno, in questi giorni, faccia ciò che deve fare non per se stesso, ma per gli altri, per la società in cui vive, per il mondo cui appartiene perché sa, che mai come oggi, anche quella sua piccolissima parte può cambiare le cose. È questa la più grande lezione che dovremmo imparare da questa calamità: non siamo nati per stare soli, non siamo nati per essere individui, non siamo nati per essere egoisti, quanto piuttosto per essere “persone”, essere in relazione con gli altri ed essere soprattutto per gli altri. Mi auguro che in quest’ottica anche chi, fino ad ora, ostinatamente, egoisticamente e incoscientemente, ha continuato ad uscire di casa infischiandosene dei decreti ma soprattutto proprio degli altri, si faccia un esame di coscienza e capisca quanto in questo momento, più che mai, da ogni nostro comportamento derivano conseguenze che investono l’intera società, che non riguardano solo noi ma tutti quelli che ci stanno vicino e non solo. Mi auguro che quando tutto questo sarà finito, avremo imparato a guardarci e a leggerci negli occhi, apprezzando il fare qualcosa di ognuno di noi, quel fare che se ognuno facesse con l’amore con cui lo sta compiendo adesso, ci permetterà sicuramente di vivere meglio.  Mi auguro che all’alba di un futuro roseo nuovo giorno, avremo imparato ad amarci un po’ di più amando noi stessi attraverso gli altri.

Lettera ai nostri alunni

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Cari ragazzi,

non so di preciso da quanti giorni non ci vediamo, ma il tempo trascorso appare già come un’eternità. La difficile situazione ci impone di stare ad una distanza infinita che neanche un pc con la più veloce delle connessioni potrà mai azzerare. La scuola italiana sta vivendo un momento unico, straordinario ed eccezionale, difficile da gestire ma che ci auguriamo, tutti, passerà nel più breve tempo possibile. I docenti si sono resi operativi tramite pc e digitalizzazioni varie sin da subito e voi avete risposto, come sempre, in brevissimo tempo con la vostra presenza, il vostro supporto e il vostro Esserci. Ritengo che mai come adesso, ciò che sta accadendo a voi come studenti e a noi come docenti, ci stia facendo capire il vero significato di scuola, da intendere non come mera “lezione” ma come piccolo grande nucleo sociale fatto di rapporti umani. Lo so cari ragazzi, mancano anche a me i nostri sguardi, mi mancano i vostri occhi sgranati che mi fanno capire quando fermarmi durante la spiegazione o quando ripetere alcuni concetti che evidentemente non sono riuscito a rendere chiari, ma mi mancano anche quegli sguardi che sembrano dire “ancora prof., non si fermi, continui…”, mi manca lo stupirmi quando a fine lezione mi sento dire “peccato che sia finita prof. La lezione di oggi mi è piaciuta” oppure “un’altra ora l’avremmo fatta volentieri”.  Mi mancano le battute durante le nostre lezioni, mi manca imparare da voi la leggerezza dei vostri 18 anni e mi mancano le vostre domande. Mi manca quel brivido sulla schiena che provo ogni volta che qualcuno di voi alza il suo braccino e dice “prof. Posso farle una domanda? Ma non c’entra nulla con quello che stiamo dicendo…”, mi manca l’emozione di starvi dinnanzi e il brivido di mettermi ora dopo ora, giorno dopo giorno, in gioco insieme a voi. Mi mancano gli occhi lucidi, i nodi che ti salgono in gola quando si affrontano temi delicati, mi manca la vostra sensibilità che fa sentire tutti noi adulti un po’ più giovani, un po’ più vulnerabili e un po’ più umani, mi mancano gli abbracci emotivi che ci scambiamo senza toccarci ma che ci fanno stare a molto meno di un metro di distanza. Mi manca la scuola così come la vivo io, mi manca la scuola che da dietro un PC, difficilmente si potrà trasmettere ma che comunque, sono certo, tutti noi proveremo a farvi vivere come una delle tante stagioni della nostra e della vostra vita. Avete un po’ di paura? Non temete; abbiamo parlato tante volte della paura, abbiamo detto quanto non dobbiamo avere paura di avere paura e abbiamo sottolineato quanto l’avere paura ci renda umani, fragili, meravigliosamente persone. La paura va gestita e noi dobbiamo riuscire in questo, senza dunque lasciarci prendere dal panico. Ricordate che non siamo super eroi, ma persone normali, piccole, con le nostre fragilità e le nostre potenzialità; per questo vi invito a seguire le indicazioni dell’ISS: lasciate perdere i luoghi aggregativi, mostrate la vostra maturità all’Italia intera, rimanete a casa a leggere un buon libro, a vedere un bel documentario ad ascoltare un po’ di musica. Approfittate di questo difficile periodo, per ascoltare il silenzio ed  ascoltarvi, vi ritroverete, alla fine un po’ più grandi, un po’ più maturi, un po’ più amanti della vita e anche di quella scuola che da domani tutti noi apprezzeremo un po’ di più.

Con affetto il vostro prof. Chiolo A.

“Uomini soli” al Liceo Ernesto Basile

Giorno 29 Gennaio, presso l’auditorium “E. Teresi” del nostro liceo, si è svolta la presentazione del libro “Uomini soli” di Attilio Bolzoni, giornalista sin dal 1983, che scrive per il quotidiano la Repubblica” occupandosi principalmente di mafia e di Sicilia.

“Uomini soli”, edito da Melampo Editore, narra dettagliatamente la storia di quattro uomini che hanno fatto la storia delle lotta alla mafia nel secolo scorso: Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Quattro uomini, spesso definiti eroi, che dovettero affrontare non pochi ostacoli durante la loro carriera.

Uomini, così l’autore preferisce che vengano definiti, che nonostante furono abbandonati dalle istituzioni, dai colleghi e anche dagli stessi amici (da qui il titolo del libro), non rinunciarono a perseguire i propri ideali e obiettivi.

Bolzoni così, attraverso il proprio punto di vista, ci offre la descrizione della Palermo degli anni Settanta ed Ottanta, una Palermo omertosa ed indifferente, nella quale gli omicidi erano letteralmente all’ordine del giorno.

Scopo della conferenza era quello di sensibilizzare i ragazzi sulla questione riguardante il  fenomeno mafioso che, come viene sottolineato, è cambiato nel corso degli anni ed ha sicuramente un aspetto differente rispetto al passato.

Ospite anche il dottor Francesco Accordino, ex capo della Squadra Mobile di Palermo negli anni Ottanta, che vanta di aver indagato su più di mille omicidi.

A dirigere la presentazione e condurre l’intervista il professore Alessandro Chiolo.

Alla conferenza era presente anche il preside del liceo, il professore Angelo Di Vita.

 

Articolo a cura di:

Giulia Ferrigno

Clara Cavaliere

Le foreste non sono solo sulla terra

Le foreste non sono solo sulla terra:

riforestiamo la baia di Mondello

Il 5 dicembre, presso l’Hotel Palace di Mondello, si è tenuta una conferenza offerta dalla Coop e organizzata da Maria Prestigiacomo, assessore al Mare e alle Coste del Comune di Palermo; Domenico Ortolano, presidente associazione Castello e Parco di Maredolce; Carlo Filippo Luzzu, amministratore di Biosurvey; Agostino D’Amato, presidente del Consiglio di zona soci Coop Alleanza 3.0.

Gli ultimi dati rivelano che la baia di Mondello ospita un enorme campo di “Posidonia oceanica” che sta morendo lentamente e, di conseguenza, può nuocere all’ambiente e soprattutto a noi stessi. La Posidonia è una pianta acquatica fornita di foglie e fiori e si trova solo nel Mar Mediterraneo.

Anche se occupa un’area intorno al 3% dell’intero bacino, rappresenta una chiave importante dell’ecosistema marino. A partire dal ’72 è costantemente sottoposta agli ancoraggi di centinaia di imbarcazioni, all’inquinamento e allo sradicamento da parte dei proprietari dei lidi di Mondello. La scomparsa della pianta provoca notevoli ripercussioni sia sulle nostre spiagge, sulla pulizia del mare, sulla fauna e, soprattutto, in noi. Tale pianta fornisce molti vantaggi: cattura le impurità che potrebbero essere nocive, stabilisce un equilibrio nell’ambiente marino durante i cambiamenti delle stagioni ed è utilizzata, inoltre, per scopi farmaceutici.

Al fine di ripristinare, tutelare e riciclare la pianta della baia, l’associazione Castello e Parco di Mare Dolce, con il supporto di Biosurvey, ha realizzato un progetto per ripiantare la Posidonia in un sito già validato per la ricerca. Buona parte delle attività sono eseguite con il coinvolgimento diretto dei giovani e del pubblico. Il progetto è interamente finanziato dai soci Coop Alleanza 3.0 attraverso la campagna nazionale in difesa dell’acqua “Io sì” che ha sostenuto complessivamente 60 iniziative nelle regioni in cui opera la cooperativa; essi invitano inoltre la clientela a comprare i loro prodotti così da estrarre una percentuale dal guadagno e investirlo nei loro progetti, ad esempio la riforestazione della baia.

Il loro piano è, dunque, piantare la Posidonia con una struttura biodegradabile, interamente fatta di mais, nella sua naturale posizione a stella, per poter raggiungere più efficacemente lo scopo. Purtroppo atti di vandalismo per la cattura dei pesci hanno danneggiato il progetto, ma si sta procedendo alla risoluzione del problema.

In conclusione, se si desidera il proprio benessere e quello dell’ambiente, è consigliato comprare i prodotti della Coop per finanziare i loro progetti.

Progetto di Roberta Russo della 3BSA

 

Basile e Ambiente, un binomio inscindibile

Giorno 5 dicembre presso il Palace Hotel di Mondello si é svolta una conferenza sull’ambiente con lo scopo di sensibilizzare i giovani presenti sull’ importanza della Poisidonia presente nelle coste siciliane.

È stato anche presentato il progetto di riforestazione realizzato grazie anche al contributo di Coop Alleanza 3.0 che si occupa di finanziare progetti di questo tipo sul tutto il territorio italiano.

Fondamentale per la riforestazione é anche il contributo dell’associazione “Castello Maredolce” rappresentata dal signor Ortolano che durante la conferenza dice ” noi siciliani ci siamo sempre lamentati della sporcizia e delle cose che non vanno adesso è il momento di agire”

Per quanto riguarda Il progetto presentato esso è basato sul posizionamento della Posidonia oceanica nei fondali ed è fondamentale dal momento che serve a trattenere la sabbia nelle spiagge, ad evitare l’erosione e a riqualificare il mare in modo che vengano introdotte tante sostanze indispensabili per il mare. Nella conferenza è stato ribadito più volte che é sbagliato rimuovere la Posidonia spiaggiata ciò viene anche confermato da delle normative emanate dal ministero dell’ambiente, l’importanza di questa pianta sta proprio nel beneficio che essa produce. La Posidonia nel Mediterraneo è in forte regressione e dalle ricerche i dati ci  dicono che ne è stata persa il 34% negli ultimi 50 anni. Le cause di queste scomparse sono principalmente antropiche. Biologi e tecnici hanno dapprima prelevato i germogli di Posidonia dai fondali, poi li hanno inseriti in una struttura a raggiera in mater-bi, una bioplastica a base di mais, di proprio brevetto. Infine, la struttura è stata messa a dimora sui fondali.

Articolo a cura di:

Guercio Giuseppe

Caltabiano Andrea

 

Foto di:

Crivello Francesco

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