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di Antonio Campanile

Palemmu [pa’lijaemmu]

Da bambino ricordo le calde strade di un’eterea capitale dalla sublime bellezza dei suoi palazzi, così riccamente decorati che mi parevano magici, abitati da principi al pari di quelli delle fiabe raccontate nei libri; la moltitudine dei suoi alberi così diversi e alti che richiamavano in me le storie sulla giungla proibita di qualche oscura regione dell’Africa o dell’Asia che si leggevano per far sognare i bambini, con tutte quelle foglie e quei rami infiniti posti tra terra e cielo; le fontane bellissime e stranissime: ne ricordo alcune con strane statue e ricordo che la gente le chiamava “geni” (mi domandavo come potessero essere dei geni se non rispondevano alle mie domande) e l’altre, una in particolare, aveva unicorni, elefanti, cavalli e leoni e cervi e dei che ci si perdeva a mirarli e rimirarli mentre erano scolpiti dal caldo sole d’agosto; e le piazze, le nozze delle vie principesche, tremendamente bellissime, l’una aveva un teatro ed una statua di un uomo col cappotto (avrà avuto parecchio caldo) un’altra aveva un grandissimo teatro con dei leoni enormi e delle colonne degne dei templi greci con una scritta sulla sommità che a me pareva priva di senso (ai tempi): “l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita” ; ed un’alta poi dove un grandissimo edificio con un enorme orologio indicava il tempo che trascorreva. E tra un luogo e l’altro le bellissime strade, ognuna degna di un imperatore, tutte così eleganti e regali; di queste una attraverso il passaggio degli alberi conduceva al mare, limpidissimo e cristallino al pari del mar dei caraibi ed ad un tiro di schioppo dalla città. Ciò che Palermo era per me da bambino era quello che per un provinciale abitante dell’antica Roma era vivere per la prima volta l’Urbe. Crescendo ed iniziando il liceo ricordo del mio professore d’arte che parlò di un certo tedesco che molto tempo fa passò per di qui durante un suo viaggio e che annotò le sue avventure trascorse in questa terra, strano fu per me sapere che mentre egli camminava per il Cassaro osservando meravigliato la Cattedrale una popolana gli rovesciò con noncuranza un cesto pieno di spazzatura di sopra; al suo ritorno in Germania egli annotò di quel paradiso che aveva visitato e di quei diavoli che lo popolavano (espressione che è diventata proverbiale quando si discute della mia città). Bastava però guardarsi attorno, anche ingenuamente, per notare come una moltitudine di abitanti (non tutti fortunatamente, ma una “minoranza chiassosa”) di questo paradiso ogni giorno “lavorasse” con ogni stilla delle proprie forze per disprezzare, ripugnare, ammaccare, distruggere il loro più grande tesoro (un po’ come nella torre di Babele di Brueghel il Vecchio). Mi sono sempre chiesto cosa prova dentro di sé quel palermitano che, apparentemente convinto dei suoi ideali, getta la carta in terra nel più antico parco pubblico d’Europa o di quello che passando per il più antico ponte di età romanica lo disprezza o di quell’altro che passeggiando per la fiera della città sui passi di De Nicola e De Gasperi la sporca solo perché non pensa sia di sua proprietà; gli esempi si sprecano d’appresso a questi. E poi come non pensare ancora all’altro peccato mortale dei palermitani: la deresponsabilizzazione, l’addossare agli altri le proprie colpe; la colpa è della plastica che non si biodegrada e non mia che la getto in terra, la colpa è della mancanza di parcheggi e non mia che lascio la macchina dove non dovrei o ancora la colpa è di quelli che non puliscono. Eppure, nonostante tutto, devo ammettere che da quando ero bambino questa città mi sembra cambiata, in maniera, sotto taluni aspetti, talmente poderosa che farei fatica oggi a riconoscerla con gli occhi di ieri se solo non vi abitassi; sembra a tratti, e al di là di quella chiassosa minoranza, essere tornata al suo antico splendore: sembra essere diventata più vivibile (pareva impossibile vincere la battaglia contro i diavoli), più civile, più a misura d’uomo, donna e bambino; difatti pure acronimi sconosciuti alle orecchie dei più sono diventati di uso comune, uno fra tutti l’UNESCO che ha elevato a bene dell’umanità quella Cattedrale (e non solo) dove quel tedesco secoli fa si trovò a passeggiare stupito della sua bellezza o dell’avvento di mezzi che permettono di andare di qua e di là senza l’uso dell’auto, come si faceva qualche tempo fa ma con un gusto che sa di modernità, grazie al tram che passa da quel ponte vecchio di mille anni che prima era sommerso di immondizia ed ora è sommerso da turisti e cittadini; o di quella piazza col teatro, il Massimo Vittorio Emanuele, il terzo più grande d’Europa che rivaleggia con quello del Garnier e che adesso è libero dalle auto, dall’inquinamento e pieno di verde, turisti e cittadini; e che dire infine di quel giardino e di quel mare. Ecco la bellezza della mia Palermo, arte, cultura, buon cibo e adesso anche e fortunatamente, un po’ più di civiltà.

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