di Alessandro Chiolo

Scuola, abissi generazionali e confronti critici

Ogni anno scolastico che passa, segna un piccolo inevitabile crescente divario generazionale tra la generazione dei miei studenti e la mia. È l’aspetto forse più “crudo” del lavoro di insegnante. Credo di fare il “mestiere” più bello del mondo, forse proprio perché non lo considero tale, avendo il privilegio di insegnare per altro quelle che secondo me sono le “materie” più formative che ci siano. Sono un fortunato, lo ammetto e ne sono consapevole; eppure, in tutto ciò, è presente una sorta di pegno che l’insegnante deve pagare, a rate, ogni anno che passa; ogni anno, senza possibilità di saltare qualche rata di quel conto sul lavoro che hai aperto col mondo della scuola. Ebbene, ogni anno, tu vai aggiungendo un piccolo mattoncino alla tua età anagrafica, mentre l’utenza che ti ritrovi dinnanzi, quasi magicamente, sembra non invecchiare mai. Un insegnante ha dinnanzi a se due distinte possibilità: o rimanere a guardare le nuove generazioni che avanzano, avvilendosi per quella magia che quotidianamente lo mette davanti alla cruda realtà e nei confronti di cui sembra non possedere nessun rimedio, oppure cogliere l’aspetto positivo della magia, sfruttare il fatto di stare a contatto con i giovani e cercare, al di là dell’incessante scorrere del tempo, di “diventare” addirittura giovane anch’egli. Vivere serenamente il distacco generazionale e coglierne gli aspetti positivi.
Quando iniziai ad insegnare, circa diciotto anni fa, avevo la bellezza di 24 anni, e mi trovavo dinnanzi alunni che erano poco più piccoli di me. Iniziai, come molti della mia generazione, in una scuola privata, dove spesso gli studenti giungevano dopo avere perso qualche anno. Mi trovavo dinnanzi ragazzi che avevano anche la bellezza di 20 anni, ragazzi che oggi sono sposati, hanno famiglie e con cui continuo a tenere ottimi rapporti. In rarissimi casi mi capitò anche di avere alunni più grandi di me.
Ad essere sincero allora non avvertivo il peso di un così forte distacco generazionale e quella strana magia non si stava ancora pienamente consumando. Nonostante tutto però, il modo d’essere dei miei quasi coetanei, dietro i banchi di scuola non corrispondeva più a quello che era stato il mio, eppure non erano passati poi così tanti anni da quando avevo chiuso il mio ciclo di studi liceali. Mi trovavo davanti persone che non si esimevano mai dal porre domande; se qualcosa non li convinceva, chiedevano chiarimenti e devo dire che questo, rispetto a ciò che era successo a me dietro i banchi di scuola, mi lasciava positivamente colpito. Nei miei anni di Liceo vigeva una sorta di Principio di Autorità, una specie di “ipse dixit” per cui ciò che diceva il docente era al di là del bene e del male e comunque inconfutabile. Già diciotto anni fa, agli inizi della mia carriera, tali principi vacillavano dinnanzi i miei occhi e credo che oggi, per lo più, siano stati superati a meno che gli studenti non si trovino dinnanzi qualche nostalgico dei tempi che furono o qualcuno comunque non disposto ad accettare apertamente il confronto e a mettersi in gioco; per me il confronto è necessario, vitale per dare un senso a ciò che insegno, ma fondamentale innanzi tutto per spingere i giovani a maturare idee che abbiano anche la capacità di mettere e farli mettere in discussione.
La scuola di oggi è mutata tanto rispetto alla scuola di ieri e nonostante i suoi limiti e le sue pecche, ritengo che l’avere posto al centro dei suoi interessi lo studente, ha rappresentato un grosso passo in avanti. E’ mutato il rapporto tra docenti ed alunni; e’ fuor di dubbio che il rapporto oggi sia più aperto, meno formale, ma non per questo poco sostanziale o non fondato su capisaldi imprescindibili cui deve appellarsi.
Ogni anno, quando entro in una nuova classe in cui gli alunni non mi conoscono e con cui devo iniziare un percorso di studio, di gioie e di dolori, di soddisfazioni e sicuramente anche delusioni, mi trovo a ribadire sempre uno stesso concetto, una sorta di ABC del rapporto docente discente; ritengo che tale rapporto debba fondarsi su due principi fondamentali: rispetto e stima; da un lato, chiedo ed esigo dai miei studenti il rispetto, “ex ante”, dico io, cioè al di là di ciò che faremo insieme e di ciò che succederà. Io esigo il rispetto dei miei alunni in quanto persona e prometto loro lo stesso rispetto sulla base dello stesso presupposto. Dall’altro lato, per quel che riguarda la stima, beh, quella invece è un qualcosa, ribadisco, “che entrambe ci dovremo guadagnare”, io nei loro confronti e loro nei miei. La stima mia nei confronti dei miei alunni non si lega esclusivamente alla loro preparazione, nozionistica di una disciplina specifica, quanto piuttosto al loro percorso di crescita e maturità che affronteranno nel triennio, all’impegno profuso e alla loro progressiva acquisizione di consapevolezza di essere parti di un tutto, persone in grado di relazionarsi con l’altro. Dall’altro lato, dopo diciotto anni, credo di potere affermare con certezza, che la stima dei miei alunni ed ex alunni nei miei confronti non è maturata solo sulla base dei pochi insegnamenti scolastici che sono riuscito a trasmettere, quanto piuttosto sulla base di quegli insegnamenti di vita che sono riuscito a fargli assaporare innanzi tutto attraverso me stesso. I ragazzi comprendono cosa un docente ha in serbo per loro, capiscono se un insegnante dona ai suoi alunni o è autoreferenziale, lo capivamo forse anche noi poco meno di trent’anni fa quando eravamo dietro i banchi di scuola, con la differenza che allora tacevamo e non dicevamo nulla, mentre adesso queste insofferenze o questi attestati di stima, i ragazzi hanno la capacità di comunicarli. Un bravo insegnante che vuole veramente “segnare-in” i suoi ragazzi, non deve tanto dire ciò che sa, quanto piuttosto sapere ciò che dice e questa è una regola che trascende lo scorrere del tempo, e’ sempre stato così e sarà sempre così, al di là di tutti gli abissi generazionali.

 

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