Martedì 24 novembre “Radio Voce della Speranza“ ha presentato Il progetto “percorsi di educazione civica” dedicato alle scuole, con ospiti: Graziella Accetta, madre di Claudio Domino; Massimo Sole, fratello di Giammatteo Sole; Alessandro Chiolo, scrittore e professore palermitano, e Mario Bruno Belsito, ideatore del progetto, professore e coordinatore della rete antimafia bresciana. Testimonianze di dolore, perdita e lutto raccontateci da una madre che si è vista portare via il proprio bambino da un colpo di pistola senza neanche saperne il motivo, e quella di un uomo a cui è stato sottratto il  fratello solo perché “conoscente” del figlio di un ex Boss. Tragedie che hanno lasciato un segno e un dolore così profondo negli animi dei familiari e di chi li conosceva da non riuscire a superare la perdita. Testimonianze che ti lasciano con un peso sul cuore e le lacrime agli occhi, ma che queste persone hanno avuto la forza e il coraggio di raccontare, portando avanti anche la memoria di altre 107 piccole e giovani vittime uccise dalla mafia.

Claudio Domino

7 ottobre 1986. Immagina di essere una madre, una donna che dopo una mattinata di lavoro sta chiudendo il suo negozio insieme al marito. Ti guardi intorno, una grande moto ti sfreccia davanti, stai aspettando che tuo figlio ritorni da scuola insieme a un compagnetto  per guardare un cartone animato, poi un  botto: cosa penseresti? Ti aspetteresti mai che da lì a pochi minuti quell’amichetto sarebbe corso da te dicendoti che avevano appena sparato al tuo dolcissimo bambino di undici anni? No, non lo faresti. Eppure è proprio quello che è successo a Graziella Accetta, madre di Claudio Domino, un bambino a cui un uomo con il casco indosso su una Kawasaki ha sparato. Senza alcun motivo, senza esitazione. Una famiglia distrutta da un dolore insopportabile e un lutto insuperabile, che ha dovuto “raccogliere il coraggio con le mani” per andare avanti e cercare di avere giustizia per il figlio, la cosa che di  più cara avevano al mondo, una giustizia che a distanza di trentaquattro anni non è ancora arrivata, anche per colpa di uno Stato che ha voltato lo sguardo dall’altra parte. La famiglia Domino è stata in silenzio per tanto tempo nel tentativo di superare il dolore ma, dopo trent’anni dalla morte di  Claudio, l’intervista di “porta a porta” al figlio di Totò Riina ha riacceso in Graziella la voglia di giustizia che l’ha portata a dire:  “ora basta” e a scendere in piazza con in mano un cartello che recitava: “Rai vergognati. Bruno Vespa vergognati. Io Claudio Domino è 29 anni che non abbraccio mia madre e mio padre, mio fratello e mia sorella. Non ho visto nascere i miei nipoti e avevo solo 11 anni quando mi avete ucciso.” Continuando con: “Noi genitori di Claudio Domino sono 29 anni che non abbracciamo e baciamo nostro figlio, aveva solo 11 anni quando ce lo avete ucciso, noi non siamo assassini.”

Giammatteo Sole

Si chiavava Giammatteo Sole e il 22 marzo è stato rapito, torturato e ucciso dopo essere stato pedinato per giorni da Cosa Nostra solo perché sua sorella era la fidanzatina di un ragazzo che aveva la colpa di essere figlio di un ex boss, di cui per altro lui stesso, da figlio, non sapeva nulla.

Come ogni sera Giammatteo stava tornando da lavoro, ma quella volta venne fermato da una “pattuglia” di uomini che indossavano divise non loro. Venne prelevato con la forza e portato in una cosiddetta “camera della morte” a San Lorenzo.

Venne interrogato e torturato da sette persone, tra cui  Leoluca Bagarella, cognato di Riina e mandante del rapimento e da Gaspare Spatuzza, rapitore e in seguito collaboratore di giustizia.

Perché lo hanno rapito? Perché hanno voluto mettere fine alla vita di un ragazzo “pane e acqua” così come lo ha definito il suo assassino?

Il ragazzo era innocente, non era mai stato a Corleone, non sapeva chi fosse realmente Marcello Grado, il fidanzato di sua sorella, anche lui morto nello stesso mese e nello stesso anno, ma a causa del cognome che portava, poiché non un semplice amico della comitiva ma figlio di Gaetano Grado e cugino di Totuccio Contorno. Quella che c’era tra i due era una semplice amicizia, amicizia che Giammatteo pagò con la vita. Credeva fosse uno scherzo, rideva alle domande “dell’ispettore”, nonché Bagarella, non poteva dire ciò che non sapeva ma ormai aveva visto le loro facce e  conosceva i loro nomi. Così lo hanno prima torturato, poi soffocato, e in fin di vita gettato per terra uccidendolo letteralmente ballandogli di sopra perché così, come diceva Bagarella “almeno sarebbe morto ballando”. In seguito il suo corpo è stato caricato in una macchina a cui hanno  dato fuoco: il riconoscimento è stato possibile solo grazie al bottone di un jeans e alla fibbia di un orologio, nient’altro rimaneva di lui.

Dopo la morte di Giammatteo la sua famiglia è entrata in un programma di protezione e la loro vita è stata sconvolta, non solo dalla perdita di un figlio di 23 anni ma anche dalla paura di essere i prossimi. Il dolore del lutto rasentava la follia, portando una madre distrutta dal dolore a comportarsi come se suo figlio non fosse mai morto. Ma Giammatteo se ne era andato, la mafia lo aveva ucciso ma con la testimonianza del collaboratore Gaspare Spatuzza, almeno lui fra le molte vittime innocenti, ha ottenuto giustizia.

Il Progetto

Il progetto “Gli Invisibili” ideato dalla fotografa Lavinia Caminiti e portato avanti da Graziella e Massimo, oltre che per formare e sensibilizzare i giovani su quello che è successo nella storia di noi italiani, per far capire la crudeltà dei mafiosi che non risparmiano nessuno, ha anche l’intento di sfatare dei miti come quello secondo cui la mafia ha un “codice d’onore”, “se non hai a che fare con Cosa Nostra, Cosa Nostra non ti viene a disturbare” e che “esistono vittime di serie A, B e C”.

La mafia uccide chiunque e ovunque, non solo in Sicilia; Non esistono morti di varie categorie, come non esistono luoghi o momenti sbagliati, esistono solo vittime e carnefici.

Spesso i familiari delle più di millecento vittime  si vergognano di dire la verità sulla morte dei loro cari, per paura di subire l’umiliazione del sospetto e sentirsi dire: “e vabbè, chissà cosa c’era dietro”. 

Il progetto, che si occupa di  ricordare tutte le vittime di cui non si ha memoria, è portato avanti sia nelle questure che nelle scuole, ma principalmente in quest’ultime, perché come dice Graziella: “La scuola è un’arma che non spara ma che fa paura alla mafia”  e che: “nessuna vittima merita di essere dimenticata”.

Poiché i docenti sono le colonne portanti del progetto e poiché è a scuola che si creano gli “anticorpi” contro la mafia, abbiamo come ospiti della trasmissione Mario Bruno Belsito e Alessandro Chiolo, professori e avamposti della legalità. In particolare Le storie delle vittime invisibili e anche di quelle in divisa vengono raccontate nei libri: “Squadra mobile Palermo, l’avamposto degli uomini perduti” e “Dietro ogni lapide. Morti per mafia, vivi per amore” di Alessandro Chiolo. Il primo parla della squadra mobile di Palermo che è stata sterminata da Cosa Nostra nella seconda guerra di mafia in cui si parla anche di Claudio Domino; il secondo invece parla della storia di 10 uomini ma di 12 vittime, persone della società e non in divisa che si sono ritrovati dinanzi l’atrocità e la bestialità di Cosa Nostra.

L’uomo tende a dimenticare ma è nostro dovere civile non farlo, tutti possiamo combattere la mafia iniziando col ricordare chi da questa è stato uccisa e le brutalità che ha commesso. 

                                                                                           Alida Barsalona e Sofia Russo

III A Liceo Scientifico