Scrivo queste parole a “freddo”. È passato quasi un mese da quando la storia di un bambino è entrata a far parte della mia vita, ma fino ad ora non riuscivo a trovare le parole adatte poiché cercavo in tutti i modi di rendere giustizia ad una storia che di giustizia non ne ha.

Oggi, ho capito che la cosa più “giusta” che io possa fare è semplicemente quella di farvi conoscere questa storia poiché è nostro dovere prendere consapevolezza di ciò che ci circonda, nonostante sia diverso da come vorremmo, ricordando che, come disse Paolo Borsellino “il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.”

Il 5 ottobre 2016, presso l’auditorium dell’Ernesto Basile, insieme ai miei compagni e alle altre quinte del plesso scolastico, ho avuto il piacere e l’onore di conoscere a pieno una realtà di cui sapevo l’esistenza, ma di cui non mi curavo e non perché io sia indifferente a ciò, ma poiché è più facile far finta di non sapere; facciamo fatica ad accettare i nostri dolori, figuriamoci se ci viene semplice farci carico dei dolori altrui.

Graziella Accetta e Ninni Domino sono i genitori di una vittima di mafia. Claudio, il figlio, fa parte di quei 108 bambini uccisi da quella montagna di merda, che non si è accontentata del sangue dei padri e a cui non sono bastate le lacrime delle madri, ma che ha voluto bagnare le strade di sangue nobile, innocente, di bambini che non sapevano nemmeno l’esistenza del loro assassino.

«La nostra famiglia era come quella del mulino bianco, felice» ci disse Graziella «ma da quel 7 ottobre 1986 non lo è più». Claudio se n’è andato ad 11 anni. Assassinato vicino la libreria della madre da un tale, che mi viene difficile definire uomo, che gli sparò tra gli occhi, in pieno volto, da sopra un motorino. Si dice che Claudio avesse visto confezionare alcune dosi di eroina in un magazzino, si dice anche che c’entri il fatto che il padre fosse il titolare dell’impresa incaricata di pulire le aule dell’aula bunker del carcere l’Ucciardone, ma si son dette tante, forse troppe cose, senza avere nessuna certezza.

L’unica cosa certa è che Claudio non c’è più e che nel caso in cui avesse potuto trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, avrebbe visto ben poco, perché Claudio, nei giorni precedenti all’omicidio aveva perso gli occhiali, che tanto gli servivano per ammirare quel mondo da cui è stato strappato.

Ancora oggi Claudio e la sua famiglia non hanno avuto giustizia, l’unica cosa che ha alleviato il dolore di chi lo amava è stato il fatto che poco tempo dopo, durante un’udienza del maxiprocesso l’imputato Giovanni Bontade si alzò da dietro le sbarre, chiese la parola al presidente e disse: «Presidente, noi vogliamo fugare ogni sospetto[…] Noi rifiutiamo l’ipotesi che un simile atto di barbarie ci possa solo sfiorare. Noi siamo uomini, abbiamo figli. Esterniamo il nostro dolore alla famiglia di Claudio». Con quella dichiarazione, con quel “noi”, aveva indirettamente ammesso l’esistenza dell’organizzazione mafiosa, facendo condannare così 468 mafiosi.

 

Qualcuno ha chiesto a Graziella se in qualche modo, oggi possa dire di essere felice. La sua risposta è stata un secco «No». Come darle torto. Mi viene in mente una frase di Totò: “La felicità, signora mia, è fatta di attimi di dimenticanza” Ma Graziella non può dimenticare. Nessuno di noi deve.

Il 7 ottobre 2016 è stato il 30esimo anniversario della morte di Claudio. Dopo l’incontro di due giorni prima, ero ancora molto scossa. Graziella ci aveva confidato, accennando a qualche episodio, quanto Claudio si facesse ancora sentire, di quanto fosse presente nella vita dei suoi familiari.

Il 7 ottobre, presso la scuola Ignazio Florio di Palermo, Claudio è stato più che presente durante la sua commemorazione. Graziella, Qualche tempo fa aveva scritto una poesia, parlava di Claudio come un vento che si faceva sentire.

Questo 7 ottobre, Claudio non ha portato solo il vento, ma una bufera. L’abbiamo sentito tutti, nell’aria c’era una parte di lui, che ci ha spiazzati.

 

Mi auguro che questo vento possa investire la vita di tutti, stravolgerla, indicandoci quella strada giusta, quella strada in cui non sono ammesse scorciatoie per fare meno fatica, perché, come dice Graziella, chi scende a patti, non può più tornare indietro.

Francesca Lo Giudice 26/10/2016

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