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di Alessandro Chiolo

Pizzolungo 31 anni dopo, per non dimenticare
Fisso la televisione spenta, per non pensare. C’è la tua giacca, mamma, appesa all’attaccapanni. Cerco di ricordarmi com’eri vestita, questa mattina, e cosa ci siamo dette quando sono uscita. Penso alle fette biscottate. Sono passate poche ore e mi sembra già di dimenticare la tua voce, sparito dalla memoria anche il suono delle voci di Giuseppe e Salvatore. Non voglio chiudere gli occhi, non mi posso addormentare, eppure lo vorrei più di ogni cosa. Dormire con voi tre. Non la voglio più la cameretta tutta per me, adesso. Dormire un’ultima notte accanto a te, mamma, come da piccola quando mi svegliavo di notte“.

Queste le parole di Margherita Asta, in un libro dal titolo “Sola con te in un futuro aprile”, in cui racconta la sua storia e quella tragedia vissuta a partire dal 2/4/1985, quando, alle 8.30 circa, un’auto imbottita di tritolo, pose fine alla vita di sua mamma Barbara e dei suoi fratellini, Giuseppe e Salvatore. Uno dei passi più strazianti, quello riportato, che sintetizza i sentimenti di una bimba che vede, quel giorno, l’inizio della fine della sua adolescenza. Una bimba, Margherita, che non sarà più bimba, ma che da quel momento diventerà donna, con responsabilità; una bimba dall’infanzia rubata che dovrà prendersi cura del suo papà, in una casa vuota, una casa in cui non riecheggeranno più le grida, le monellerie e le risate di Giuseppe e Salvatore, una casa in cui, mancherà per sempre quel sorriso rassicurante di una mamma che prepara la colazione e che sa leggere negli occhi della sua bambina qualsiasi dubbio, qualsiasi perplessità, qualsiasi domanda.
A Pizzolungo, la mattina del 2/4 Barbara, con Giuseppe e Salvatore sale sulla sua auto per accompagnare i gemellini a scuola, frequentano la primina e fare un po’ più tardi e’ ancora lecito; Margherita si fa accompagnare a scuola dalla mamma di una sua compagna, lei non può fare tardi, facendosi dare passaggio arriverà prima e poi in macchina con la sua compagnetta, Margherita potrà pianificare i progetti per la gita dell’indomani che farà con i compagni, una gita per cui ha chiesto alla sua mamma di preparare le fette biscottate, un gita che non farà mai e fette biscottate che Barbara non potrà mai preparare per la sua amata bimba.
I mafiosi hanno stabilito che quella mattina, sulla strada di Pizzolungo, il giudice Carlo Palermo deve saltare in aria; questo giudice scomodo, che ha preso il posto di un altro “folle”, il giudice Ciaccio Montalto, ucciso il 25/1/1983; uno che non “si fa i fatti suoi” questo Palermo, ma che “ficca il naso ovunque”. Hanno studiato l’attentato, una macchina imbottita di tritolo, a ridosso di un muro, in prossimità di una curva, in cui necessariamente anche la scorta rallentare; il muro cui è addossata l’auto della morte servirà ad indirizzare meglio la deflagrazione, sarà una strage, una strage come altre, una strage che mieterà vittime innocenti, una strage che dovrà essere devastante.
Il giudice Palermo esce dalla sua abitazione, le macchine si mettono in marcia, ed in prossimità di quella macchina assassina, decidono di compiere il sorpasso nei confronti di quell’auto che forse va troppo piano, del resto è una normalissima Volkswagen Scirocco, guidata da una mamma che sta accompagnando i suoi figli a scuola. Nel momento del sorpasso l’auto del giudice si allinea alla Scirocco e alla macchina della morte; un click, qualcuno ammacca un bottone, e’ l’inferno, salta in aria tutto, lamiere di ringhiere divelte, mura squarciate e la Scirocco, guidata da Barbara e che fa da spartiacque tra l’auto dei carnefici e la 132 del magistrato e’ letteralmente annientata. L’auto della donna viene sventrata, di essa non resta più nulla, solo pezzi sparsi sull’asfalto e a centinaia di metri. Di Barbara, Salvatore e Giuseppe più nulla, e’ stato un attimo, adesso tutto è silenzio, tutto si è consumato, tutto è morte. A terra brandelli di abito, un dito con una fede, il dito di una donna, “un libro per crescere” li sull’asfalto, una scarpetta e su un muro di una villa, a cento metri di distanza, una macchia rossa, una macchia rossa di sangue innocente.
Si consuma così, nell’arco di pochi attimi, la tragedia di Pizzolungo, una tragedia che non possiamo dimenticare, una tragedia che deve essere un monito, che deve rappresentare ed essere nostra sete di giustizia e verità. Conoscere e’ ricordare, ma ricordare ed avere coscienza di ciò che è stato deve essere per noi stimolo ed impegno per un agire quotidiano sano e retto; e’ questo il modo migliore per non dimenticare.
Oggi, su quella strada c’è una lapide che ricorda il sacrificio di Barbara Rizzo, Giuseppe e Salvatore Asta, una lapide che così recita:

<<Rassegnati alla morte non all’ingiustizia le vittime del 2-4-1985 attendono il riscatto dei siciliani dal servaggio della mafia. Barbara, Giuseppe e Salvatore Asta »

Proprio oggi, a 31 anni di distanza, viene inaugurato il parco della memoria e queste sono le parole di Margherita Asta, facciamone tesoro: “Sicuramente, oggi c’è una coscienza maggiore rispetto a quello che è la mafia. Sono passati 31 anni, e quest’anno finalmente, inauguriamo il “Parco della Memoria e della Coscienza Civile”. Oggi ricordare Barbara, Giuseppe e Salvatore, non deve servire per emozionarci, ma fare in modo che, in questo Paese, il sacrificio di mia madre, i miei fratelli ma anche di Carlo Palermo, e degli agenti di scorta che sono vivi ma sono vittime anche loro, non deve essere vano. Possiamo farlo soltanto se ciascuno di noi si impegna nell’agire quotidiano, si impegna concretamente e non a parole, perchè altrimenti non è necessario venire il 2 aprile sul luogo della strage”.

A Barbara, Giuseppe e Salvatore, il mio dolce saluto; a Margherita, il mio più tenero abbraccio.

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